L'Intervista del mese
ANDROLOGIA - MONDO MASCHILE
Intervista eseguita da Altarimini in data 10/06/2010 al Dott. Girolamo Buono
Abbiamo intervistato il DOTT. GIROLAMO BUONO, andrologo su una patologia di scottante attualità: la disfunzione erettile.
È un problema molto sentito che interessa in egual misura i giovani (ansia da prestazione e eiaculazione precoce) e le persone mature, col dottore abbiamo anche parlato dei farmaci di nuova generazione e della loro valenza terapeutica.
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LE STAGIONI DELL'AMORE
Intervista alla Dott.ssa Bracaglia Roberta
Come viverle al meglio, dall’adolescenza alla maturità
«Nonostante oggi se ne parli tanto, intorno alla sessualità ci sono ancora molta ignoranza e molti miti da sfatare», così la dottoressa Roberta Bracaglia, che svolge la libera professione presso il Poliambulatorio Valturio, introduce la nostra conversazione su sessualità e la contraccezione. Più che un’intervista, un percorso attraverso un territorio complesso e sensibile, che orienta gran parte della nostra vita. Laureata a Bologna e specializzata ad Ancona, la dott.ssa Bracaglia ha lavorato a lungo nei reparti Maternità, maturando un’esperienza da ostetrica, ginecologa ed ecografista non solo clinica, ma anche umana. Che la porta a stare vicina alle problematiche delle sue pazienti in prima persona, da donna e madre qual è. «La sessualità cambia e si trasforma con lo stesso ritmo della crescita di ogni persona. Ed è sempre importante per dare valore alla relazione di coppia. E’ diversa nei giovani, in età matura, nella terza età. Nell’adolescente c’è un tourbillon di emozioni, il trovarsi con un corpo in via di metamorfosi, che ha i suoi imperiosi bisogni, mentre la mente non sempre è già matura e pronta ad assecondarlo, a gestire una sessualità adulta che ha a che fare anche con la riproduzione, che deve essere una scelta consapevole.»
Come aiutare gli adolescenti a gestire questi cambiamenti?
«C’è bisogno di educare i ragazzi alla sessualità, in un discorso che parta da informazioni chiare sulle trasformazioni fisiche in corso, e arrivi all’educazione a una vita sessuale consapevole, che comprenda una corretta contraccezione ma anche un supporto al vissuto emozionale. E’ particolarmente importante per la ragazze, che si trovano più esposte della loro controparte maschile. Per evitare che l’insorgere del naturale desiderio venga travisato e affrettato dalle dinamiche sociali del gruppo dei pari, con il rischio di comportamenti promiscui e di un esordio non soddisfacente o addirittura traumatico nella sessualità, che metterebbe a repentaglio una serena e soddisfacente vita sessuale adulta. E’ difficile che quest’opera di informazione chiara e serena possa essere fatta dai genitori, a loro volta molto coinvolti emozionalmente dai cambiamenti dei figli, su cui rischiano di proiettare le loro esperienze ed emozioni, e che poi spesso restano all’oscuro della loro attività sessuale. La loro presenza, comunque sempre partecipe e in ascolto, resta fondamentale, ma dovrebbe essere integrata da una figura autorevole e più distaccata affettivamente, come può essere quella di un medico, della ginecologa per le ragazze. Anche perché altrimenti l’informazione passa per il “gruppo dei pari”, ed è spesso imprecisa e confusa; da me arrivano ragazzine a chiedere la pillola, e non sanno neppure cos’è un ciclo ovarico. E magari non prendono la pillola perché hanno paura che “faccia ingrassare”, e si trovano, in caso di rapporti sessuali non protetti, a dover ricorrere alla così detta “pillola del giorno dopo”. Che è una bomba ormonale, da usare solo in caso di emergenza.»
E in età più matura?
«In età adulta la sessualità arriva ad essere il completamento necessario della sfera affettiva, e un nutrimento indispensabile della vita di coppia, in trasformazione continua, che passa attraverso la nascita dei figli e approda al climaterio, in cui ogni fase apporta cambiamenti nel corpo e nella psicologia femminile che chiedono un ascolto diverso. Non solo perché l’apparato genitale femminile risponde diversamente col passare del tempo, creando fastidi e problemi che si possono risolvere o almeno attenuare con la pillola adatta o, nel caso non sia ben tollerata, con medicine naturali come i fitoestrogeni. Ma anche perchè la sessualità ha sempre grande importanza, nell’ambito della relazione. Ad amare, insomma, si impara, ed è un’arte che chiede tempo, non relazioni usa e getta, ma va coltivata con pazienza e accompagnata attraverso le fasi diverse dell’esistenza. Nella società attuale, purtroppo, sembra prevalere un’idea agonistica della sessualità, basata sulla prestazione. E questo porta i giovani a non ascoltare più i bisogni naturali, e gli uomini in età matura a non accettare le fisiologiche defaillances legate all’età, in favore di una sessualità meno fisica e più affettiva, ricorrendo a sostanze come il Viagra, che usato impropriamente può essere nocivo.»
Uno dei problemi legati alla sessualità è quello della contraccezione….
«Una sessualità consapevole passa attraverso una contraccezione consapevole. E oggi c’è una marea di possibilità, specie nel campo dei contraccettivi ormonali, i più sicuri: esistono pillole contraccettive quasi “su misura”, per le diverse esigenze. Con concentrazioni ormonali molto basse e diverse tempistiche di assunzione. Perché ogni donna è diversa, per età e problematiche pregresse e per la sua storia personale. C’è quasi una pillola per ognuna: dall’adolescente che non vuole gravidanze indesiderate, alla persona matura che desidera ritardare gli effetti della menopausa, a chi vuole curare patologie legate a cicli mestruali dolorosi o metrorragici.»
Come deve essere la contraccezione “ideale”?
«Deve essere sicura, affidabile e non nuocere alla salute, esigenze soddisfatte dai prodotti in commercio. Ma per quanto siano cinquant’anni che la pillola è disponibile, in Italia le percentuali d’uso sono ancora basse – si parla del 16% - e una informazione capillare è ancora necessaria.»
Qual è il percorso da seguire?
«L’importante è che la prescrizione di un contraccettivo avvenga sempre nell’ambito di una visita ginecologica rigorosa. Che comprenda l’anamnesi clinica della paziente, attraverso il colloquio, la visita con ecografia interna, Pap Test ed esami ematoclinici completi: solo allora, una volta valutata l’età, gli stili di vita, il ciclo e la storia clinica e familiare della paziente si può prescrivere il contraccettivo adeguato, che ne salvaguardi la salute e ne tuteli la sessualità. Una volta individuata la pillola adatta, è poi fondamentale che ci sia una corretta assunzione, in orari regolari e secondo il calendario. Nel caso ci si dimentichi di prenderla, va assunta prima possibile, e se si sono superate le dodici ore di ritardo occorre proteggersi anche con il condom fino al ciclo successivo, per evitare gravidanze indesiderate. Inoltre esistono farmaci, come alcuni antibiotici o antiepilettici che possono vanificare l’efficacia della pillola: nel caso, occorre confrontarsi col medico. Anche se non ci sono evidenze di un effetto teratogeno sul feto se si resta incinta a causa di un uso improprio del contraccettivo orale, è meglio non esporsi a esiti indesiderati seguendo le corrette procedure d’assunzione.»
Quali le ultime novità nell’ambito della contraccezione orale?
«Dopo una ricerca durata quindici anni, è da poco disponibile e prescrivibile la pillola contraccettiva all’Estradiolo valerato, un estrogeno naturale e non di sintesi, identico a quello umano e molto tollerabile, perché l’organismo lo riconosce come proprio. Si può consigliare a tutte le età, è adatto anche per la donna matura, per accompagnarne la menopausa, attenuandone i sintomi come la secchezza delle mucose o il calo della libido. O per regolare un ciclo doloroso o troppo abbondante nelle donne giovani, e per curare forme di endometriosi.»
Quali altri contraccettivi sono disponibili?
«Oltre ai contraccettivi orali, esistono quelli “di barriera”, come il condom maschile o il diaframma per la donne, e dispositivi intrauterini come la spirale (IUD) il cui uso è in netto calo. Per quanto riguarda la contraccezione orale, la novità è la possibilità di assumere gli estroprogestinici non per bocca, ma per contatto transdermico, attraverso un cerotto o un anello vaginale, che evitano l’accumulo epatico del farmaco. Il cerotto, che si applica sulla pelle e resiste all’acqua, il cui effetto dura una settimana, è adatto alle ragazze giovani, perché non chiede, come la pillola, un’assunzione giornaliera in orari rigorosi. Io lo consiglio loro, per l’elevata tollerabilità, l’efficacia e la semplicità d’uso.»
Come “funziona” la pillola contraccettiva?
«Gli estrogeni apportati dall’assunzione del farmaco causano un “blocco” ipotalamico, inibendo il rilascio delle gonadotropine ipofisarie che “comandano” l’ovulazione, e mettendo “a riposo” l’ovaio.»
E se si desidera una gravidanza?
«Basta sospendere l’uso della pillola, e permettere all’organismo di riprendere con i suoi tempi il ritmo naturale dell’ovulazione. L’emivita del farmaco è breve, una volta che si smette di prenderlo l’ovaio che era a riposo riprende a funzionare.»
Il quadro sembrerebbe tranquillizzante: eppure ci sono ancora molte resistenze all’uso della pillola…
«Una delle paure delle ragazze giovani è che la pillola faccia ingrassare, o causi cellulite. Timore che i bassissimi dosaggi delle pillole più “leggere” hanno quasi del tutto scongiurato. Le donne adulte temono invece che ci possa essere un incremento della percentuale di rischio di tumore al seno, ma gli studi più aggiornati sui contraccettivi orali di nuova generazione dimostrano che non c’è correlazione tra uso anche prolungato e le neoplasie. Certo, occorre fare le adeguate distinzioni, e starà al medico valutare i fattori di rischio, come un seno particolarmente fibrocistico. Mentre è sicuramente da evitare il fumo, in caso di assunzione di contraccettivi orali, perché aumenta esponenzialmente il rischio di trombosi: ma fumare è un comportamento comunque da sconsigliare! »
Un consiglio per i genitori di adolescenti?
«E’ fondamentale che l’approccio alle problematiche della sessualità adolescenziale e alle pratiche contraccettive avvenga attraverso le parole informate e serene del medico, secondo me. Ma non ha senso “mandare a forza” una ragazzina dalla ginecologa: quello che si può fare è informarle dell’esistenza di questa figura specificamente dedicata alle problematiche femminili. Imparare a gestire il corpo in modo consapevole, responsabile e rispettoso fa parte dell’educazione da impartire all’essere umano, quando si affaccia all’età adulta. Anche perché la pressione sociale va verso un approccio sempre più precoce alla sessualità, e sono in aumento le malattie sessualmente trasmesse, a causa della promiscuità e della scarsa conoscenza della loro eziologia. Malattie causate da batteri come la Clamydia, senza dimenticare il virus HIV: la protezione da usare se si conduce una vita sessuale promiscua è il condom. La pillola, bisogna sottolinearlo sempre, preserva dalle gravidanze indesiderate, non dalle malattie sessualmente trasmesse, per cui l’anticoncezionale d’elezione in caso di rapporti promiscui è il condom, che fa da barriera. Ed è importante vaccinare le ragazze contro l’HPV, il Papillomavirus. Insomma: oggi ci sono tutti i mezzi per garantire, ad ogni età, una sessualità sana serena e protetta. Ma il vero presidio resta la corretta informazione. »
Cos’è il Papillomavirus? A che età bisogna fare il vaccino? Chi deve farlo?
«E’ un virus che causa l’incremento delle cellule del collo dell’utero, che può degenerare in un’alterazione del DNA delle cellule e causare il carcinoma della cervice. La presenza di questo virus, che si accerta attraverso il Pap Test - esame non invasivo, rapido e indolore delle cellule della cervice - non è una sentenza. Ma è meglio proteggere le ragazze, e il rivoluzionario vaccino recentemente introdotto sul mercato, che è un vero salvavita, ce ne dà l’occasione. E’ gratuito per le dodicenni, e le ragazze più grandi – dai 18 ai 25 anni - possono premunirsi acquistandolo in farmacia e sottoponendosi alla vaccinazione: anche in questo, la ginecologa può essere d’aiuto e dare un consiglio. Importante è cominciare a fare regolarmente il Pap test, da dopo circa un anno che si hanno rapporti sessuali in poi, per la diagnosi precoce non solo dell’HPV, ma di tutte le forme tumorali della cervice.»
Intervista eseguita dalla giornalista Lorella Barlaam
ECOGRAFIA 4D
Intervista eseguita da Altarimini in data 20/05/2010 alla Dott.ssa Michela Ceccarini
L'Ecografia 4D è una nuova tecnica a disposizione dei ginecologi per visualizzare in tempo reale i movimenti del nascituro.
A parte questo aspetto sempre piacevole l'Ecografia Tridimensionale permette di fare diagnosi sempre più accurata e in associazione al Bi-Test permette di escludere con notevole approsimazione la presenza di anomalie cromosomiche, in particolare il mongolismo o sindrome di down.
La responsabile del servizio all'interno del Poliambulatorio Valturio è la DOTT.SSA MICHELA CECCARINI, Ginecologa e Ostetrica del reparto maternità del Maggiore di Bologna.
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ALLERGIE: SINTOMI E CURE
intervista eseguita da Altarimini in data 06/05/2010 al Prof. Angelo Corvetta
Arriva la primavera, esplodono le allergie, una patologia che interessa circa 7 milioni di persone in Italia; per avere un’informazione più precisa sull’origine e sulla terapia della stessa abbiamo intervistato il Professore Angelo Corvetta, Primario Medico O.C. Rimini e consulente di allergologia e reumatologia del Poliambulatorio Valturio.
Guarda il video di approfondimento con il Prof. Angelo Corvetta.
TEST COMBINATO
La Dott.ssa Michela Ceccarini ci spiega i vantaggi dell'effettuazione in due tempi di Bi-Test ed ecografia per al misurazione della plica nucale
Il Poliambulatorio Valturio adotta alcune novità nella realizzazione dello screening delle anomalie cromosomiche fetali (Test Combinato)
I più recenti studi sull’effettuazione del Test Combinato per lo screening delle malattie cromosomiche fetali (Bi-test ed ecografia per la misurazione della plica nucale), rivolto a tutte le donne in gravidanza che vogliono valutare il rischio di anomalie cromosomiche, in particolare la sindrome di Down, hanno evidenziato un nuovo, più efficace aspetto per l’esecuzione del Test, che consente risultati percentualmente molto più affidabili, eseguito nei Centri all’avanguardia nella diagnosi prenatale. Un’opportunità che a Rimini è stata recentemente introdotta presso il Poliambulatorio Valturio dalla dott.ssa Michela Ceccarini, ginecologa e ostetrica, esperta ecografista, che lavora a Bologna presso il reparto maternità dell’Ospedale Maggiore, e collabora con Centri di Diagnosi Prenatale d’eccellenza.
Dottoressa Michela Ceccarini, in cosa consiste il Test Combinato?
«E’ un esame di screening, che viene normalmente effettuato entro il primo trimestre di gravidanza per stimare la probabilità personale di avere un feto affetto da anomalie cromosomiche fetali (Sindrome di Down), rivolto a tutte le donne, in particolare giovani senza specifici fattori di rischio, di semplice esecuzione e non invasivo. L’esame prevede un prelievo di sangue, per calcolare i valori della gonadotropina corionica Free Beta e dell’ormone placentare PAPP-A, che è detto Bi-Test, e un’indagine ecografica che misura la plica nucale del feto. Fino ad oggi il prelievo per il Bi-Test e l’ecografia venivano effettuati nel corso della stessa giornata, e i risultati dell’esame forniti dopo diverso tempo dal Laboratorio. Per poi eventualmente dover tornare dal medico per valutare il referto.»
Quali le novità che avete introdotto?
«Recenti studi (Kirkegaard Prenatal Diagnosi 2008) hanno dimostrato che per accrescere ulteriormente l’affidabilità del risultato è meglio eseguire le due procedure in tempi diversi, effettuando il prelievo per il Bi-Test tra la 9° e la 10° settimana, e l’ecografia per la misurazione della plica nucale tra la 12° e 13° settimana. Grazie alla collaborazione con il più importante laboratorio d’analisi in Italia, il Fleming Labs, oggi anche presso il Poliambulatorio Valturio mi è possibile eseguire il Test combinato in due tempi. Così al termine dell’esame ecografico posso elaborare subito al computer tutti i dati risultanti dagli esami biochimici effettuati precedentemente, dal fattore di rischio di base, dalle caratteristiche personali materne e dalla misura della translucenza nucale. Grazie a un software specifico certificato dalla Fetal Medicine Foundation, la società internazionale che segue e detta i protocolli per lo screening delle malattie cromosomiche, lo stesso usato dal Fleming per la valutazione del Bi-Test, sono in grado di elaborare subito il rischio per la donna di avere un figlio affetto da sindrome di Down con un’accuratezza del 97%.»
Quali i vantaggi?
«Il minimo disagio provocato dall’effettuazione in due tempi dell’indagine è largamente compensato da due rilevanti benefici: secondo i dati della letteratura scientifica più recente e autorevole sull’argomento, seguendo questa tempistica l’accuratezza del Test combinato nell’identificazione dei feti affetti da anomalie cromosomiche sale dal 90 al 97%. E in questa maniera posso spiegare subito alla coppia in un colloquio diretto i risultati definitivi del test. Per rassicurare la gestante, o, nel caso venga rilevato un rischio maggiore del “cut off” previsto, invitarla ad approfondire l’indagine eseguendo il cariotipo attraverso villocentesi o amniocentesi, e consigliarla su come procedere.»
Intervista eseguita dalla giornalista Lorella Barlaam
Per informazioni sull’effettuazione della nuova procedura o per appuntamenti telefonare al Poliambulatorio Valturio, Tel. 0541/785566 tutti i giorni dalle ore 7.30 alle ore 20.30, sabato dalle ore 7.30 alle ore 13.00
UROLOGIA E ANDROLOGIA, PIU' SE NE PARLA MEGLIO E'
Intervista al Dott. Girolamo Buono
In passato le troppe reticenze impedivano ai pazienti anche di riconoscere le proprie malattie
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 17 dicembre 2009.
Il dott. Girolamo Buono si è specializzato presso l’Università di Bologna in Urologia nel 1976 e ha conseguito il Diploma di Specialista in Andrologia presso l'Università degli Studi di Pisa nel 1983. Dopo aver ricoperto la qualifica di responsabile del Modulo di Urologia Oncologica dell’Urologia del Presidio Ospedaliero di Rimini, dal 2004 è stato responsabile FF dell’UO di Urologia presso lo stesso Ospedale. Visita presso il Poliambulatorio Valturio.
Dott. Buono, cos’è l’urologia?
«E’ la branca specialistica medica e chirurgica che si occupa delle patologie a carico dell'apparato genito-urinario maschile e urinario femminile. Patologie “classiche” come cistiti, cioè infiammazioni della vescica, calcolosi, uretriti, o relativamente “nuove” come la così detta “vescica iperattiva”, che causa il bisogno di urinare spesso di giorno e di notte, con impellenza, fino all’incontinenza vera e propria. Si pensava che la causa fosse la prostata per l’uomo o si parlava di cistite cronica per la donna. E’ una malattia in aumento, figlia dello stress dei tempi moderni, della vita congestionata e veloce, che intacca la funzionalità della vescica con un meccanismo al momento ancora ignoto. Per diagnosticarla, faccio tenere il diario delle minzioni per la conoscenza della quantità della diuresi giornaliera. Per quanto riguarda la prevenzione dei tumori alla vescica, il primo segno è l’ematuria, la presenza di sangue nelle urine. Un semplice esame delle urine è già un primo passo, da fare una volta l’anno dai 45 anni in poi. Se compare ematuria si fanno ulteriori accertamenti, dal meno invasivo, l’ecografia, all’urografia, alla tac alla cistoscopia, in cui si va a vedere la vescica con gli strumenti ottici.»
Quando il sesso dei maschi era tabù
Chi è l’andrologo?
«L’andrologia, campo in cui confluiscono diverse specialità, dall’endocrinologia alla psicologia, dalla chirurgia alla sessuologia, studia le cause organiche e funzionali all'origine dell'infertilità maschile e dei deficit di erezione. E’ una materia relativamente nuova: una volta le problematiche sessuali maschili erano vissute in segreto, e diventavano molto più frustranti. Oggi spesso il paziente viene da me con la partner: la sessualità è una parte importante della vita di coppia, e se genera ansie e conflitti i rapporti si deteriorano. Nel mio lavoro c’è un aspetto medico clinico, ma il mio approccio è il più olistico possibile, spiego al paziente che i disturbi sessuali vengono fuori da situazioni psicologiche contrarie, dallo stress e dall’ansia. Eppure le persone accettano con più facilità la diagnosi di una malattia e la prescrizione di un farmaco, perché li salvaguarda dal senso di colpa, procura loro un alibi o una giustificazione più accettabile.»
Quali le terapie possibili?
«I problemi erettivi possono avere cause fisiche, dovute a malattie vascolari degenerative, come l’arterioangiosclerosi, o al diabete, che causa angiopatie e neuropatie periferiche. Un certo calo nelle prestazioni è dovuto all’età: nell’uomo il desiderio sessuale è presente fino alla fine e ai miei pazienti ripeto sempre che la sessualità col passare del tempo può diventare più appagante e migliore perché quello che si perde in quantità si guadagna in qualità, in esperienza. E’ naturale che di quando in quando si faccia “cilecca”, ma se questo alimenta una paralizzante ansia da prestazione che moltiplica i fallimenti, farmaci come il Viagra consentono di intervenire e rompere il circolo vizioso. La “pillola blu” in questo caso può rassicurare, ma non serve se ci sono problemi funzionali come ostruzioni ar
,terosclerotiche o diabete. Chi invece chiede alla pillola prestazioni eccezionali non è di mia competenza, e rischia di diventarne dipendente. Non bisogna dimenticare che il Viagra è un farmaco, che va preso su prescrizione medica alle dosi e nei momenti giusti, tenendo conto delle controindicazioni. La causa più grave dei problemi di erezione è comunque lo stress psicofisico. La nostra vita è diventata così logorante che ci va di mezzo anche il sesso.»
Troppe aspettative rovinano il rapporto
Un’altra patologia diffusa è l’eiaculazione precoce…
«…che colpisce una percentuale che va dal 25% al 40% della popolazione maschile sessualmente attiva. In sostanza consiste nella comparsa precoce del riflesso dell’eiaculazione durante il coito, senza che il soggetto riesca a padroneggiarlo o a ritardarlo, ed è causa di stress per la coppia. E’ un problema di cui non si conosce ancora bene la causa: si sosteneva fosse una malattia di origine psicologica, che richiedeva terapie comportamentali, recenti studi invece mettono in evidenza che attiene al sistema nervoso autonomo: il riflesso dell’eiaculazione è sotto il controllo di centri speciali che riguardano il rilascio degli sfinteri, e si è trovato che gli antidepressivi come la dapoxetina possono avere un effetto positivo. Esiste un problema oggettivo di eiaculazione precoce, ma anche un problema indotto dall’imposizione di aspettative esagerate sulla corretta durata di un rapporto sessuale, proposti dai media, o appresi nelle discussioni “da bar”, di cui restano vittime le persone più fragili e più insicure. E’ un disturbo che va preso in carico anche attraverso l’ascolto: interpretare e rassicurare è terapeutico di per sé, e quando i pazienti vanno via dalla visita con le idee più chiare è già una bella cosa.»
E la prostata?
«La prostata è una ghiandola sessuale maschile accessoria, posta all’incrocio delle vie urinarie e sessuali, che produce una buona quota del liquido seminale. Dagli anni ’90 per la diagnosi precoce del tumore alla prostata si misura il livello del PSA, l’antigene prostatico specifico.
E’ un esame che va fatto di routine una volta l’anno dopo i 50 anni, insieme a una visita, ancora prima se c’è familiarità o compaiono sintomi come l’ematuria, la minzione rallentata o accompagnata da bruciore. Il PSA va controllato regolarmente e i risultati conservati perché la curva di accrescimento è un indicatore importante: il PSA aumenta con il fisiologico crescere della prostata dovuto all’età, ma se aumenta in maniera troppo veloce, per discriminare il sospetto di tumore dalle altre possibili cause, come la presenza di una prostatite, ci si avvale di altre metodiche, come la visita o l’ecografia trans rettale, eventualmente accompagnata dalla biopsia.»
La terapia?
«La terapia del tumore alla prostata ha fatto enormi passi avanti, con la chirurgia tradizionale, quella meno invasiva per via laparoscopica o robotica, e con la radioterapia, che può essere anche effettuata con l’infissione di aghi radioattivi nella stessa ghiandola. La terapia ormonale inoltre rappresenta una difesa per le forme più aggressive e un palliativo per le persone molto anziane. Debbo sfatare il concetto dell’impotenza dopo intervento di prostata. Questa non si verifica quasi mai se l’intervento è fatto per rimuovere la prostata benigna, mentre nel caso del tumore, dopo l’asportazione chirurgica, l’impotenza deve considerarsi la regola anche se ci sono poche eccezioni a favore di pazienti relativamente giovani che possono recuperare la loro potenza dopo qualche anno. Stesso discorso per l’incontinenza urinaria.»
Un consiglio dell’andrologo?
«Lo stress, l’attenzione alla quantità non aiutano. Una vita sessuale ottimale deve avere i suoi tempi e i suoi modi: dovrebbe essere una gioia condivisa in un’atmosfera serena. Occorre pensare che la vita moderna ci fa vivere a velocità sempre maggiore, e il sesso invece chiede ritmi naturali. E non vuole preoccupazioni!»
IL DIABETE, MALATTIA DEL BENESSERE
Intervista al Prof. Mario Parenti
Una patologia favorita dagli stili di vita moderni
di Lorella Barlaam, articolo n. 626, uscito su Chiamami Città il 2 dicembre 2009.
Il prof. Mario Parenti è stato Direttore dell’U.O. di Medicina interna II - Dipartimento delle Malattie Endocrino/Metaboliche del Ricambio e dell’Apparato Gastroenterico dell’Ospedale Infermi di Rimini fino al 2006. Specializzato in Medicina Interna, Malattie dell'apparato digerente, Diabetologia e Malattie del Ricambio, con una quarantennale esperienza che ha declinato in oltre cento pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali e internazionali, visita adesso presso il Poliambulatorio Valturio.
Prof. Parenti, qual è la malattia del metabolismo più diffusa?
«Il mio lavoro è per lo più centrato sul diabete, malattia che affligge una percentuale della popolazione pari al 6%, il cui tasso d’incidenza è in continuo aumento in tutto il mondo, soprattutto nei paesi in cui lo sviluppo economico è recente. Ad aumentare non è il tipo 1, detto “insulinodipendente”, che esordisce prima dei 35 anni, ma quello di tipo 2, che insorge in età matura. L’incremento è dovuto certamente all’allungamento della vita media, ma ancor di più agli stili di vita scorretti. Il progresso e il benessere economico hanno portato molti vantaggi per la nostra salute, ma sono anche causa di problemi. L’alimentazione è oggi troppo ricca, l’esercizio fisico poco praticato, e questo porta all’esplodere del diabete, una patologia che ha basi genetiche, ma per essere evidenziata ha bisogno di condizioni favorenti. Una volta si lavorava molto fisicamente, si mangiava il necessario ed era normale spostarsi a piedi. Per la cura del diabete di tipo 2 sono utilizzati tanti farmaci, ma solo da pochi anni si è capito che bisogna insistere molto sul cambiamento degli stili di vita. Basti pensare che l’85% di casi di diabete di tipo 2 si riscontra in persone che hanno un peso corporeo superiore di oltre il 20% rispetto a quello che avevano a vent’anni. Mentre il diabete di tipo 1 insorge rapidamente, quello di tipo 2 è una malattia che si sviluppa lentamente nel tempo: l’organismo cerca di adattarsi per anni allo scompenso di produzione di insulina rispetto al fabbisogno, poi non ce la fa più.»
Che cos’è il diabete?
«E’ una malattia cronica caratterizzata dall’aumento dello zucchero nel sangue, nei casi più gravi anche nelle urine, legata a una discrepanza tra la produzione di insulina - l’ormone prodotto dalle beta cellule delle isole di Langerhans all'interno del pancreas, che regola l’utilizzo del glucosio nelle cellule - e il suo fabbisogno. Ci si ammala perché se ne produce meno di quella che serve, o come nel caso delle persone obese, perché la capacità del tessuto grasso di “bloccarla” la rende insufficiente. Il diabete di tipo 1 porta dalla normalità all’assoluta mancanza di produzione dell’insulina in pochi giorni, il diabete di tipo 2 non esplode in pochi mesi ma nel corso di decenni.
Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune, la cui causa non è ancora del tutto conosciuta: si sono ipotizzate molte cause, tra cui una concausa virale, perché spesso esordisce 5 o sei mesi dopo aver contratto una malattia di origine virale. Per il diabete di tipo 2 c’è una decisa familiarità, e se lo stile di vita non è corretto la malattia esplode. Le complicanze del diabete coinvolgono i vasi arteriosi in tutto l’organismo, dai grossi vasi ai capillari. Ne deriva una serie di patologie, dalle macroangiopatie se sono colpiti i grossi vasi, ai danni a livello oculare, come retinopatie, renale, come nefropatie e insufficienza renale, fino alla dialisi, e nervoso, come le neuropatie sensitivo-motorie, se sono affetti capillari e arteriole.»
L’insulina del futuro? Con le staminali
Quali le terapie?
«Per il diabete di tipo 1 la cura d’elezione è sempre la somministrazione di insulina, anche se in questo campo c’è stata un’evoluzione. Una volta l’insulina veniva ricavata dal pancreas degli animali, adesso ce ne sono diverse varietà di sintesi, modulabili nei tempi di somministrazione e più pure, un fattore importante perché la terapia dura tantissimi anni e la purezza del farmaco evita complicanze. La ricerca è impegnata adesso sulla possibilità di istruire le cellule staminali a produrre insulina, un percorso che sembra promettente soprattutto quando il problema è affrontato al suo esordio. Il trapianto - sia quello multiorgano di rene e pancreas (il trapianto di solo pancreas ha meno possibilità di riuscita) che quello di beta cellule - resta una misura di emergenza, praticabile su scala ridottissima, e non può essere la soluzione generalizzata del diabete di tipo 1. La cura per il diabete di tipo 2 invece passa senz’altro per il cambiamento dello stile di vita. Oggi poi esistono diverse classi di farmaci, da quelli “secretagoghi” che stimolano la produzione di insulina delle beta cellule rimaste, a quelli che aumentano la sensibilità della ricezione dell’insulina da parte delle cellule periferiche. Per stimolare le cellule pancreatiche e migliorarne l’azione, ultimamente si sta sperimentando con successo la classe di farmaci detti incretino-mimetici, che sono stati studiati partendo da un particolare enzima tratto dalla saliva di una lucertola dell’Arizona, la Gila Monster, che ha la proprietà di preservare le cellule pancreatiche.»
Come ci si accorge di avere il diabete?
«In passato il paziente spesso si accorgeva del diabete di tipo 2 quando insorgevano complicanze, soprattutto agli occhi, adesso gli esami del sangue si fanno più spesso e nove volte su dieci é l’aumento della glicemia a metterlo sull’avviso, prima della comparsa dei sintomi. Il diabete di tipo 1 ha dei sintomi canonici che lo rendono subito evidente: si ha sempre sete, si avverte un ininterrotto stimolo ad urinare - perché l’organismo cerca di eliminare lo zucchero in eccesso - si mangia di continuo e si diminuisce di peso. Il tipo 2 arriva a questa sintomatologia dopo anni.»
La miglior prevenzione è mezz’ora di attività fisica al giorno
Quale prevenzione è possibile?
«Basta fare un semplice controllo del tasso glicemico nel sangue, a digiuno: se si tende a ingrassare, se ci si muove poco, se c’è familiarità con la malattia, c’è una maggior necessità di fare i controlli precocemente. Bisogna dar peso anche a valori di poco superiori alla norma, ed è molto importante cambiare stile di vita da subito, dall’alimentazione all’attività fisica. Chi fa mezz’ora di attività fisica al giorno ha il 58% di possibilità in meno di diventare diabetico, ma purtroppo ho riscontrato che le persone preferiscono prendere farmaci piuttosto che cambiare modo di vivere. Eppure una correzione immediata dello stile di vita può riportare il soggetto a caratteristiche ematochimiche “normali”. Se però il diabete di tipo 2 non si corregge nei primi anni, la differenza tra fabbisogno e produzione di insulina si aggrava sempre più. Pertanto è importante che chi si accorge di avere il diabete instauri immediatamente un sistema di vita corretto.»
TUMORE AL SENO, LE TERAPIE PIU' AVANZATE
Intervista al Dott. Domenico Samorani
La malattia è ormai curabile
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 18 novembre 2009.
La diagnosi di cancro al seno è l’inizio di un percorso di cura, con approcci diversi e in continua evoluzione, le cui linee direttrici sono la ricerca di una sempre minore invasività delle terapie, e l’attenzione al controllo del dolore e alla salvaguardia dell’identità psicofisica della paziente. Il cancro è una malattia che può guarire, che comunque può essere tenuta sotto controllo fino a definirla malattia cronica in caso di recidiva. Ce ne parla il dott. Domenico Samorani, che ha l'incarico di Chirurgia Oncoplastica della Mammella a Rimini nell’U.O. di Chirurgia Generale del dott. Francioni e a Santarcangelo presso Unità Funzionale di Senologia, e visita anche presso il Poliambulatorio Valturio.
Il cancro è un male curabile, dott. Samorani…
«Assolutamente sì. Se da un lato c’è un incremento annuo del tumore alla mammella (è la neoplasia più frequente nella donna), dall’altro c’è un aumento percentuale delle pazienti guarite, perché lo screening di massa permette diagnosi molto precoci. La percentuale delle guarigioni nei T1, con linfonodi negativi, è del 90% a cinque anni, del 70% come sopravvivenza ai 20 anni. E’ una malattia curabile nel 90% dei casi e, nella peggiore delle ipotesi, in quel 10% di donne che non guariscono, si cronicizza poiché restano molte frecce al nostro arco per garantire una più lunga sopravvivenza.
La modulazione delle terapie è sempre più avanzata: ad esempio, all’ormonoterapia e alla chemioterapia postoperatorie si è aggiunta recentemente la tecnica della radioterapia intraoperatoria, di cui ci siamo dotati nell'Ausl di Rimini. Con questa tecnica ci è possibile irradiare i tessuti della mammella durante l’intervento, e la paziente ha un beneficio immediato ed evita i 25 giorni di irradiazione postoperatoria. I dati sono già molto incoraggianti.»
La diagnosi non è una sentenza
Ma la diagnosi viene ancora percepita come una sentenza…
«Non è così, però. Quando le pazienti vengono da me cerco di instaurare una comunicazione positiva, rassicurante e chiara. La comunicazione medico-paziente è importante: informazioni chiare e indicazioni precise consentono un controllo maggiore dell’angoscia del paziente, e alimentano la fiducia nella competenza del medico.»
Come ci si accorge di avere un tumore al seno?
«Può succedere di avvertire un nodulo con l’autopalpazione, pratica molto efficace. Ma la cultura della prevenzione è oggi per fortuna così diffusa che nella maggior parte dei casi il tumore viene individuato durante gli screening. Nella nostra provincia lo screening mammografico è applicato alla fascia d’età che va dai 50 ai 69 anni; dal primo gennaio 2010 la forbice si allargherà, includendo le donne dai 45 ai 74 anni. Alle interessate arriva l’invito a sottoporsi a una mammografia; nel caso emerga qualcosa, la paziente viene richiamata ed inviata in Oncologia per visita ed ecografia con eventuale approfondimento citologico o istologico.»
Quali le cause?
«Nella maggior parte dei casi le cause sono sconosciute. Studi recenti dimostrano che, in alcuni casi, il tumore alla mammella viene a seguito di mutazioni genetiche (di origine virale o ambientale); anche l’ormonosensibilità è importante nell’eziologia dei tumori femminili, e bisogna tener presente anche la familiarità: sono stati individuati due geni (BRCA-1 e BRCA-2), le cui mutazioni sono responsabili del 75% delle neoplasie mammarie ereditarie. Chi sa di avere familiarità deve attenersi a uno screening scrupoloso.»
Quali le nuove frontiere della chirurgia?
«La chirurgia della mammella è sempre più conservativa. I protocolli terapeutici della Regione ammettono un 30% di mastectomie sul totale degli interventi chirurgici effettuati. A Rimini siamo all’avanguardia, con il 10% di interventi demolitivi a fronte del 90% di conservativi. Per le neoplasie maggiori di 3 cm., per le quali è indicata la mastectomia, insieme ai colleghi oncologi applichiamo un protocollo di chemioterapia neoadiuvante (cioè pre-operatoria) che riduce notevolmente le dimensioni della lesione prima dell’operazione, permettendomi di intervenire in modo conservativo. Cerco sempre di conservare e riposizionare l’areola e il capezzolo, che tolgo solo se risulta positivo alla biopsia estemporanea fatta durante l’intervento. Chirurgia conservativa vuol dire anche, se possibile, non praticare lo svuotamento del cavo ascellare, che può compromettere la funzionalità del braccio, aumentare il rischio di linfedema e avere altri effetti collaterali. Durante l’operazione viene analizzato il primo linfonodo che drena il tumore, il così detto “linfonodo sentinella”, e se questo è negativo la paziente evita la dissezione del cavo ascellare. La tendenza è comunque quella di ospedalizzare il meno possibile. Dopo l’operazione si torna in Oncologia per le terapie chemioterapiche, radiologiche o ormonali. La chemioterapia può contare adesso su nuovi cocktail di farmaci meno devastanti, con un’attenzione mirata agli effetti collaterali.»
Una nuova tecnica di ricostruzione
E la ricostruzione?
«La ricostruzione della mammella è immediata, con diverse opzioni da modulare caso per caso; contestualmente all’operazione si solleva il muscolo pettorale, formando la tasca in cui viene posizionato l’espansore o la protesi definitiva. L’espansore, a fronte di risultati esteticamente più apprezzabili, richiede la visita ogni 15 giorni per riempirlo, e una seconda operazione per rimuoverlo e sostituirlo con la protesi, rimodellando simmetricamente l’altra mammella. Stiamo studiando una nuova tecnica di ricostruzione mediante il Lipofilling, in cui il “riempimento” è fatto con tessuto adiposo della paziente stessa, centrifugato e purificato. In quattro/cinque sedute si può ricostruire una mammella più “naturale” di quella con la protesi: a febbraio partiremo per la sperimentazione con un gruppo di giovani pazienti.»
E per quanto riguarda il dolore?
«Alleviare il dolore è un’attenzione costante, attraverso farmaci a rilascio graduale nel decorso postoperatorio, e la successiva collaborazione col fisiatra, che con il linfodrenaggio, soprattutto nelle pazienti sottoposte alla dissezione del cavo ascellare, evita rigonfiamenti ed edemi, e insegna a riusare l’arto e a massaggiarlo. »
Quanto è importante una buona ricostruzione del seno?
«E’ un aspetto fondamentale per il recupero della paziente. Secondo me bisogna unire l’efficacia chirurgica all’attenzione estetica fino alla ricostruzione, con la ricerca della simmetria e una cicatrice più piccola possibile. Perché il seno è parte dell’identità di una donna, e conservarne la bellezza è un compito etico: come dice Leopardi di Aspasia «Raggio divino al mio pensiero apparve, Donna, la tua beltà». Per questo cerco di convincere le donne della necessità dell’oncoplastica: spesso quando ricevono una diagnosi di tumore pensano che sia tutto finito, ma io cerco di stimolarle a pensare al dopo, al recupero che seguirà. La responsabilità del medico sta nel consigliare alla paziente quello che è meglio per lei. E la paziente si accorge di questo interesse. »
AGOPUNTURA E CEFALEA: LA SOLUZIONE DI UN ROMPICAPO
Intervista al Dott. Michele Lo Cascio
Dall’antica medicina cinese una moderna opzione terapeutica
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 4 novembre 2009.
Il dott. Michele Lo Cascio è un Medico-Chirurgo Esperto in Agopuntura e Fitoterapia Cinese. Si è diplomato in Medicina Tradizionale Cinese presso l'Università di Urbino, materia che adesso insegna presso l'Istituto di Medicina Naturale, a Rimini. E’ docente di Agopuntura presso la Scuola Tao di Bologna dal 2006, professore a contratto di Agopuntura all'Università “La Sapienza” di Roma dal 2008. Collabora con il maestro Liu Dong di Pechino nella formazione di corsi d’agopuntura, massaggio cinese, Qi Gong. Visita e pratica l’agopuntura presso il Poliambulatorio Valturio di Rimini.
Dott. Lo Cascio, ci spiega la Medicina Tradizionale cinese?
«E’ una medicina antichissima, riconosciuta tra le medicine non convenzionali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con metodi diagnostici e terapeutici peculiari, tra cui l’agopuntura, il massaggio cinese, la moxibustione, la coppettazione, la pratica del Qi Gong e una dietetica e fitoterapia proprie. La medicina cinese infatti non propone farmaci: secondo i suoi principi, il corpo è un sistema unitario e quando si ammala, bisogna recuperarne l’omeostasi. Corpo e psiche, per la medicina cinese, sono un tutt’uno, che deve restare in equilibrio. La frammentazione indotta dalla moderna medicina occidentale, che divide il corpo in distretti specialistici, in realtà non è un progresso, perché dove c’è separazione c’è conflitto. Quando il corpo si ammala, occorre invece ritrovarne l’unità e l’equilibrio energetico.»
La medicina cinese può interagire con quella occidentale?
«Non sono contrario a priori alla visione terapeutica occidentale – ho la laurea in Medicina e Chirurgia -, ma credo che la Medicina Tradizionale Cinese, come opzione di cura, possa arricchirla. Perchè è una medicina olistica, che cura il malato e non la malattia, cercando l’equilibrio del corpo, e non si occupa solo dei sintomi, ma va alla radice dei problemi.»
Cos’è l’agopuntura?
«L’agopuntura è una terapia senza controindicazioni o effetti collaterali, che consiste nella stimolazione di determinati punti del corpo tramite aghi sottilissimi. E’ adatta ai disturbi osteoarticolari, alle vertigini, ai problemi di tipo ginecologico e gastroenterologico, alle patologie dell’apparato respiratorio e cardiovascolare, è particolarmente indicata per le patologie che hanno un’origine psichica, come ansia, depressione o panico, perché cuore della medicina cinese è trattare l’aspetto psichico delle patologie.
Per malattie come la cefalea, l’emicrania e la nevralgia, l’agopuntura si è dimostrata addirittura la soluzione ottimale, sempre che non siano causate da una lesione o da una neoformazione. Secondo la medicina cinese, queste patologie hanno cause diverse e dipendono da vari organi, perché nella testa passano tutti i “meridiani energetici” importanti: in base alla localizzazione e alla sintomatologia sono possibili per il terapeuta azioni diverse, e la cura è personalizzata. La medicina occidentale le cura con farmaci sintomatici che hanno notevoli effetti collaterali, senza andare alla radice del problema. Cefalee, emicranie e nevralgie sono problemi molto diffusi, di cui soffre il 70% della popolazione. L’agopuntura è definitivamenterisolutiva o procura grande attenuazionedei sintomi nell’80% dei pazienti.»
Come funziona l’agopuntura?
«Per semplificare, nella concezione cinese è come se l’uomo fosse un gomitolo, nei cui fili - i “meridiani energetici” - circola un’energia vitale (Qi). Anche gli organi interni perciò - come stomaco, intestino, rene e cuore - possono essere stimolati se si ammalano agendo su determinati punti dei “fili” in superficie, attraverso aghi sottilissimi, e se una patologia dipende da un blocco energetico, l’energia può essere liberata: l’agopuntura è l’unica tecnica terapeutica che stimola il corpo a reagire da solo, quella che avviene è un’autoguarigione. Gli effetti dell’agopuntura sono stati verificati anche dalla scienza “ufficiale”: come è possibile vedere attraverso la risonanza magnetica, l’applicazione dell’ago sui “punti” classici dell’agopuntura stimola fibre nervose, che inviano un segnale al cervello, causando ad esempio la produzione autogena di ormoni che danno benessere come serotonine ed endorfine. Gli stessi “punti” sono quelli su cui si va ad agire col calore nella moxibustione, o con la pressione nel massaggio cinese.»
Come si arriva alla diagnosi e terapia?
«Dopo una visita e un colloquio particolareggiato col paziente, per capire i rapporti tra i vari organi, formulo la diagnosi. Perché ci sono relazioni, come per esempio quelle tra l’insonnia e la congiuntivite, che possono essere lette come influenze reciproche dei sistemi. Alla visita clinica “normale” - che diagnostica lo stato degli organi -, unisco la valutazione della presenza fisica del paziente, dal tono della voce alla postura, ed esamino attentamente la lingua (l’unico viscere visibile all’esterno, che secondo la medicina cinese riflette le condizioni di tutti gli organi). L’anamnesi è completata con la palpazione del polso a livello dell’arteria radiale, che mi dà altre informazioni sullo stato di salute. Una volta individuata la causa del problema del paziente, la terapia consiste in sedute d’agopuntura appositamente modulate, un quarto d’ora una volta o due a settimana, indicativamente una decina.»
Qual è il percorso per diventare agopunturisti?
«Il percorso in Italia è rigoroso come quello cinese, occorre conseguire la laurea in Medicina e iscriversi dopo la laurea a una Scuola privata qualificata e strutturata come una specialistica, come quella di Bologna Scuola Tao. Si spera che presto siano instituite anche in Italia scuole di specializzazione “ufficiali”, come succede in America, dove l’agopuntura è molto diffusa. Ho poi compiuto diversi viaggi-studio in Cina, all’Università di Pechino, e in America, all’Università di San Diego.»
GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI, IL PRIMA POSSIBILE
Intervista al Dott. Fantaguzzi Paolo Maria
Più è precoce la prevenzione oculistica pediatrica, meglio si possono risolvere i problemi
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 20 ottobre 2009.
Con il dott. Paolo Maria Fantaguzzi, Direttore dell’unità operativa di Oculistica dell’ospedale Pierantoni di Forlì, che visita anche presso il Poliambulatorio Valturio, parliamo della prevenzione oculistica in età pediatrica.
Dott. Fantaguzzi, a che età bisogna fare il primo controllo?
«Come norma generale, tutti i bambini entro i tre anni d’età dovrebbero essere sottoposti a una visita oculistica completa, con valutazione ortottica. L’oculista individua eventuali patologie a carico di cornea, cristallino e retina, e può diagnosticare un’ambliopia. L’ortottista è importante, in quanto valuta se sono presenti anche alterazioni della motilità oculare, il senso stereoscopico e il senso cromatico in ciascun bambino. La visita va effettuata ancora prima dei tre anni se i genitori hanno una storia familiare per patologie oculari di tipo congenito, poiché più precoce è la diagnosi, più precoce il trattamento, migliori le possibilità di risolvere il problema. E’ necessario visitare il bambino anche prima dei tre anni se è presente uno strabismo, se c’è un riflesso bianco nella pupilla o un’alterazione nella dimensione dei bulbi oculari. Tutti i bambini, di norma, comunque vanno poi controllati di nuovo entro i sei anni, prima di andare a scuola, per accertarsi che non sia insorto un difetto refrattivo.»
Cosa succede durante la visita?
«La visita si svolge in ambulatorio. Attraverso semplici test si verifica se il bambino vede in modo corretto in entrambi gli occhi, se ha un’alterazione dei movimenti oculari, se utilizza in modo corretto entrambi gli occhi, cioè se ha la “stereopsi“. L’ambliopia infatti, è originata dal mancato sviluppo delle capacità visive in un occhio per cui il cervello del bambino esclude i segnali inviati dall’occhio confuso e mantiene solo quelli inviati dall’occhio sano. Con un difetto di vista monolaterale si nasce, ma se l’ambliopia viene diagnosticata precocemente, prima dei sei anni, c’è la possibilità di sviluppare una normale capacità visiva con l’opportuno trattamento. Quando si fa una visita oculistica completa occorre fare anche un esame in cui tramite la somministrazione di un collirio si rilassa completamente la muscolatura oculare per valutare eventuali difetti refrattivi e controllare il fondo dell’occhio.»
Qual è la terapia per l’ambliopia?
«La terapia consiste principalmente nel bendare l’occhio sano, in modo da stimolare l’altro occhio. All’inizio i bambini si trovano un po’ in difficoltà, ma se il trattamento è eseguito in modo corretto la prognosi può essere favorevole. Il tempo necessario per riabilitare l’occhio malato varia da soggetto a soggetto in base all’età del paziente e alla profondità dell’ambliopia.»
Quali altri problemi possono esserci per i bambini?
«Ad esempio lo strabismo infantile, che ha un’eziologia molto varia; quello congenito si manifesta fin dalla nascita o entro l’anno di vita, lo strabismo può anche insorgere per problemi di tipo neurologico, può presentarsi a causa di ambliopia di un occhio, quello più frequente nei bambini. Un altro problema è l’ostruzione dei canali lacrimali: se è un’ostruzione totale, dalla nascita, c’è una lacrimazione continua (epifora) che può anche essere purulenta. In questo caso occorre un “sondaggio” delle vie lacrimali per controllare se sono pervie. Se l’ostruzione non è totale si risolve in maniera spontanea, nel caso in cui le vie lacrimali siano chiuse può essere necessario intervenire chirurgicamente.»
COME RIPARARE LA NOSTRA MACCHINA FOTOGRAFICA
Intervista al Dott. Cappuccini Luca
Interventi sempre meno invasivi per curare le patologie della cornea
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 20 ottobre 2009.
Nello scorso numero il dott. Luca Cappuccini, direttore dell’U.O. oculistica e direttore del dipartimento Chirurgia generale e specialistica dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, ci ha spiegato le patologie del cristallino e della retina. Per completare il percorso facciamo con lui il punto sulla cornea.
Cos’è la cornea, dott. Cappuccini?
«E’ una “lente” trasparente che copre l’iride e funziona come l’obiettivo di una macchina fotografica, permettendo ai raggi luminosi di raggiungere la retina. E’ composta da vari strati di cellule, il più spesso dei quali è a sua volta costituito dalle così dette “lamelle stromali”. E’ il tessuto sul quale si può intervenire con il laser, modificandone la curvatura per correggere i difetti visivi di tipo refrattivo, se il paziente è idoneo, con cornee sane e un difetto non troppo elevato.»
Quali sono le patologie corneali?
«Se la cornea si opacizza o si deforma, per traumi o patologie, non è più in grado di espletare la sua funzione. Le patologie di tipo degenerativo, come il cheratocono – la più diffusa - deformano progressivamente la cornea e hanno spesso caratteristiche ereditarie. Un altro problema sono le lesioni traumatiche, fisiologicamente riparate da una cicatrice che, essendo fibrosa, modifica la trasparenza della cornea. Ce n’è una larghissima casistica in età pediatrica, e sono purtroppo assai frequenti negli incidenti sul lavoro.»
Quale terapia per le malattie degenerative?
«E’ importante una diagnosi precoce per valutarne la prognosi, perché non necessariamente sono presenti alla nascita, e si manifestano intorno ai 17/18 anni. Nel cheratocono allo stadio iniziale ha dato buoni risultati il Cross linking, una terapia che irrobustisce i tessuti corneali attraverso la riboflavina irradiata con raggi ultravioletti di tipo A. Ma la maggior parte delle patologie corneali ha soluzione chirurgica, in particolare attraverso il trapianto di cornea. La sostituzione della cornea a tutto spessore - cheratoplastica perforante - si pratica dal ‘900. Il rischio di rigetto è molto più basso che negli altri trapianti, perché la cornea non è vascolarizzata e non c’è bisogno di istocompatibilità del donatore, e la qualità e reperibilità delle cornee è buona: dagli anni ’90 è stata istituita nella nostra regione una “banca” dove le cornee donate affluiscono dopo l’espianto e vengono esaminate, per essere poi ridistribuite nei centri in cui si effettuano i trapianti.»
Quali le ultime frontiere del trapianto di cornea?
«Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento nell’approccio chirurgico, verso una sempre minore invasività e un recupero postoperatorio più veloce. Per ovviare alle criticità della “cheratoplastica perforante”, che ha comunque come conseguenza un forte astigmatismo e la necessità di una lunga riabilitazione, si sono sviluppate delle tecniche chirurgiche avanzate, le “cheratoplastiche lamellari”, che sostituiscono solo lo strato compromesso, riducendo il rischio di astigmatismo e di rigetto, con una riabilitazione nell’ordine di alcune settimane soltanto. La cheratoplastica lamellare oggi è la tecnica d’elezione anche per il cheratocono e la cheratopatia bollosa .»
PER SALVARE LA LUCE DEI NOSTRI OCCHI
Intervista al Dott. Luca Cappuccini
Come affrontare le malattie oculari più diffuse
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 7 ottobre 2009.
«Le più diffuse patologie oculari”, ci ha spiegato il dott. Luca Cappuccini, direttore dell’U.O. oculistica dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e direttore del dipartimento Chirurgia generale e specialistica, «sono certamente quelle legate all’invecchiamento,come la cataratta, il glaucoma e la degenerazione maculare retinica, la cui diffusione crescente è un effetto dell’allungamento della vita media. Ma è importante notare che, se pure le forme sono più gravi dopo i 65 anni, queste patologie possono insorgere a tutte le età, anche quella pediatrica.»
Dott. Cappuccini,, quando bisogna consultare l’oculista?
«Un controllo dei bambini intorno al primo anno di scuola andrebbe fatto per escludere le malattie più diffuse. In assenza di patologie o difetti di rifrazione (come la miopia o l’ipermetropia), e se non c’è una specifica predisposizione familiare al glaucoma o alla degenerazione maculare – nel qual caso è necessario controllarsi prima possibile - diventa importante un follow up annuale dopo i 45 anni, quando iniziano a manifestarsi glaucoma, cataratta e patologie di tipo retinico. Inoltre l’esame del fondo dell’occhio, eseguito durante la visita, monitora l’andamento di patologie sistemiche come l’ipertensione arteriosa. Il fondo dell’occhio è l’unico punto del corpo in cui si possono vedere le arterie senza fare un’angiografia, e il suo esame è importante anche per il follow up del paziente diabetico, per prevenire la retinopatia diabetica e valutare l’andamento metabolico.»
Può spiegarci in cosa consistono glaucoma e degenerazione maculare?
«Il glaucoma è una patologia degenerativa del nervo ottico, provocata dall’ipertensione oculare, che causa un progressivo restringimento del campo visivo, fino alla cecità. La terapia è medica, con colliri, se non basta si ricorre alla chirurgia: in questo campo la tecnologia ha fatto progressi impensabili, ideando microsistemi valvolari che fanno defluire l’umor acqueo, regolando la pressione interna dell’occhio. La degenerazione maculare è una diffusa patologia legata all’età, prima causa di cecità “legale” nei paesi occidentali. La macula è la zona centrale della retina, 400 micron di dimensione, ed è costituita unicamente di cellule nervose (fotoricettori) che “catturano” l’immagine e la inviano al cervello, trasformando lo stimolo da fisico in elettrico. Nella “maculopatia” queste cellule si atrofizzano, smettendo di funzionare. Se la maculopatia è “secca”, il danno è irreversibile, se “essudativa” è possibile trovare un aiuto nei farmaci anti-VEGF, vascular endotelial grow factor, attraverso una recentissima terapia locale, che dà una speranza maggiore.»
Quale forma di prevenzione è possibile?
«La maculopatia è dovuta a cause congenite o genetiche, ma è senz’altro peggiorata dall’esposizione ai raggi ultravioletti. Proteggere gli occhi dai raggi solari sempre, anche d’inverno, è sicuramente la prevenzione migliore per le patologie retiniche. Inoltre, dato che i processi di invecchiamento delle cellule nervose sono processi ossidativi, sono d’aiuto gli antiossidanti assunti attraverso una dieta ricca di frutta e verdura e di Omega 3: come quello contenuto nel pesce azzurro, di casa da noi.»
TORNARE A VIVERE A COLORI
Intervista al Dott. Paolo Maria Fantaguzzi
Nuove frontiere chirurgiche per l’intervento di cataratta
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 7 ottobre 2009.
Con il dott. Paolo Maria Fantaguzzi, Direttore dell’Unità operativa di Oculistica dell’Ospedale Pierantoni di Forlì, che visita anche presso il Poliambulatorio Valturio, parliamo delle nuove frontiere dell’intervento alla cataratta.
Dott. Fantaguzzi, la cataratta cos’è?
«E’ la patologia oculare più diffusa al mondo, causata dall’opacizzarsi del cristallino, la “lente” naturale dell’occhio. Le cause sono molteplici, e l’unica terapia è l’intervento chirurgico, attraverso il quale viene rimosso il cristallino opaco, sostituito con una lente artificiale.»
Quali le cause?
«Nella stragrande maggioranza dei casi la cataratta è dovuta all’invecchiamento. Tuttavia esistono cataratte neonatali congenite, ereditarie o conseguenza di malattie della madre in gravidanza – ad esempio, la rosolia - o legate a sindromi come quelle metaboliche. Il diabete o l’assunzione di farmaci quali il cortisone possono causare cataratte anche in persone giovani, come anche un trauma facciale.»
Quali i sintomi?
«Se insorge una cataratta la vista è sempre più offuscata, cambia il contrasto e si vede tutto più sfumato, e la percezione dei colori si attenua. Nella cataratta senile il processo è lento, e tanto più il paziente conduce una vita attiva, tanto prima desidera recuperare il miglior visus possibile. Una volta la cataratta si operava quando era “matura” e il paziente vedeva ormai pochissimo, adesso si opera quando impedisce al paziente di svolgere la sua attività.»
E’ possibile una prevenzione?
«Non esiste una prevenzione per la cataratta senile: fatta la diagnosi il trattamento è chirurgico. A 85 anni oltre l’85% delle persone ne sviluppa una. La visita di controllo comunque va fatta se ci sono sintomi come perdita del contrasto e riduzione della capacità visiva. Se c’è familiarità per la cataratta congenita bisogna controllare i bambini prima possibile, e devono sottoporsi a un controllo anche i pazienti che prendono farmaci catarattogeni, i diabetici e chi ha subito traumi al volto. Basta una visita, per capire quanto vede il paziente e se presenta una cataratta.
Una possibile prevenzione per chi lavora all’aria aperta è portare occhiali scuri con buoni filtri per ultravioletti e luce blu, che proteggono anche la retina.»
Quale evoluzione c’è stata nella chirurgia oculistica?
«La chirurgia oculistica è un campo in incessante sviluppo, con aggiornamenti continui e scambi culturali veloci con tutto il mondo, e ormai non c’è nessun gap con l’estero per l’oculistica italiana, dal punto di vista tecnologico. Negli ultimi anni sono state introdotte continue novità, fino ad arrivare oggi a una nuova chirurgia intraoculare in grado di correggere insieme alla cataratta l’incapacità di focalizzare causata dalla presbiopia e legata all’età. Questo grazie a lenti “accomodative”, frutto di tecnologie avanzate e approvate dalla FDA, che “mimano” il processo del cristallino, consentendo una visione il più possibile naturale da vicino e da lontano. Le lenti vengono introdotte nell’occhio tramite incisioni inferiori ai due millimetri, con un netto miglioramento della sicurezza dell’intervento e del recupero post operatorio. E’ una tecnica che non può essere applicata a tutti i pazienti, che vanno valutati con un’accurata visita e strumentazioni diagnostiche adeguate, e per ora c’è un follow up inferiore all’anno, ma si sta dimostrando davvero promettente.»
LA SICUREZZA SUL LAVORO NON E' UN OPTIONAL
Intervista alla dott.ssa Michela Lombardo e al dott. Giuseppe Bianchini, specialisti in Medicina del Lavoro
Cosa stabilisce il Testo Unico approvato lo scorso anno
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 23 settembre 2009.
Il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro - Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 - abroga e riunisce le normative degli ultimi sessant’anni in materia di sicurezza e salute nei luoghi lavorativi, aggiornandole secondo l’evolversi della tecnica e del sistema di organizzazione del lavoro, e sancisce per l’imprenditore l’obbligo della valutazione dei rischi e della prevenzione e protezione verso i dipendenti. La sicurezza sul lavoro non è un optional, ma un dovere stabilito dalla legge, con un percorso definito: alla valutazione dei rischi deve seguire la nomina di un medico competente per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria. Presso il Poliambulatorio Valturio opera un team formato dalla dott.ssa Michela Lombardo e dal dott. Giuseppe Bianchini i medici del lavoro. Li abbiamo intervistati.
I compiti dei medici e i doveri delle imprese
Dott.ssa Lombardo, quali sono i compiti di un medico del lavoro?
«Il medico del lavoro, una volta nominato dall’imprenditore, collabora con lui e con il servizio preposto alla valutazione e prevenzione dei rischi, programmando la sorveglianza sanitaria attraverso visite ai lavoratori dipendenti esposti a rischi secondo protocolli sanitari definiti e visitando gli ambienti di lavoro almeno una volta l’anno. La sorveglianza sanitaria ha come primo livello un accertamento di ordine generale, una visita da completare con esami strumentali in funzione dei rischi specifici - come una lunga esposizione a videoterminali, rumori o polveri, o la movimentazione di carichi pesanti - tenendo in considerazione gli indirizzi scientifici più avanzati. Se si valuta che sono in corso problematiche serie indirizziamo il paziente ad altri specialisti. Il medico del lavoro dà l’idoneità alla mansione specifica ai lavoratori per i quali vige l’obbligo della sorveglianza sanitaria, e se durante una vista riscontra una malattia legata alla professione invia la pratica all’INAIL. Se necessario facciamo attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori, come corsi di primo soccorso.»
Dott. Bianchini, voi come intervenite?
«Oltre alla visita, siamo in grado di eseguire in loco tutta la diagnostica, anche strumentale, sul personale esposto a specifici rischi, per emettere un certificato di idoneità con valore legale. Se il lavoratore è molto esposto al rumore lo sottoponiamo ad audiometria, se alle polveri eseguiamo una spirometria, test oftalmologici per coloro che passano molte ore davanti allo schermo di un videoterminale. Se riscontriamo delle criticità nel dare il giudizio d’idoneità diamo prescrizioni o limitazioni per migliorare l’ambiente di lavoro o la mansione, consigliando quelli che sono i dispositivi di protezione individuali (DPI) che possano salvaguardare il lavoratore, o prescrivendo limitazioni all’attività: il videoterminale, ad esempio, non va usato per più di quattro ore continuative, ecc. La medicina del lavoro è correlata con la medicina legale, e il dipendente può avvalersi del medico nominato dalla ditta per avere il riconoscimento di eventuali malattie professionali: la prima tappa è la visita dal medico competente.»
La funzione della sanità pubblica Dott.ssa Lombardo, qual è la funzione dell’ASL?
«La ASL si assume il compito del coordinamento e della sorveglianza sul territorio, e ha una funzione di vigilanza: controlla che siano state eseguite le misure richieste dalla normativa, cioè l’individuazione dei fattori di rischio, la nomina del medico competente, la sorveglianza sanitaria, la nomina del responsabile per la sicurezza ecc. In caso di inadempienza scattano le sanzioni.»
Cosa deve fare il datore di lavoro per restare sul sicuro?
«Il datore deve adottare un documento di valutazione dei rischi (DVR) con la certificazione dei fattori di rischio, in collaborazione con esperti in prevenzione protezione e sicurezza, nominare un responsabile (RSPP) all’interno dell’azienda, che sovrintende e vigila sull’osservanza degli obblighi da parte degli altri lavoratori, e un medico competente per il protocollo di sorveglianza sanitaria dei dipendenti esposti a rischio. Oltre a visitare i lavoratori, il medico competente compie un sopralluogo l’anno degli ambienti lavorativi. Noi visitiamo presso il Poliambulatorio, oppure ci rechiamo direttamente presso l’azienda, per visite mediche preventive, periodiche, su richiesta del lavoratore, in occasione del cambio mansione o per il rilascio dei giudizi di idoneità relativi alla mansione specifica, nel caso presenti dei rischi. Sia in ambulatorio che presso l’azienda eseguiamo tutti gli esami necessari di diagnostica strumentale, audiometria e spirometria, ECG, test oftalmologico ed esami di laboratorio».
La situazione nel riminese
Dott. Bianchini, quanto è diffusa a Rimini la cultura della sicurezza? «Noi riscontriamo un buon livello di protezione e una diffusa cultura della prevenzione soprattutto nelle aziende di grandi e medie dimensioni; nelle piccole, specie quelle a conduzione familiare, forse c’è ancora bisogno di ulteriore sensibilizzazione. Il medico del lavoro è una figura - comunque necessaria per legge - che deve essere ancora conosciuta appieno, come un consulente al fianco dell’imprenditore e del dipendente. C’è comunque ascolto, anche perché nei mesi scorsi si sono verificati incidenti sul lavoro che hanno focalizzato l’attenzione sul tema. Del resto la realtà imprenditoriale della nostra provincia è molto variegata e così anche il nostro lavoro deve avere elementi di duttilità. Facciamo sopralluoghi soprattutto nelle imprese edili, metalmeccaniche e nel terziario e servizi. Nel nostro comprensorio sono poco numerose le aziende di grandi dimensioni, ci sono per lo più piccole e medie strutture imprenditoriali, e una peculiarità rispetto ad altre aree è quella di avere attività alberghiere e un indotto con il problema della stagionalità e del lavoro notturno: il medico del lavoro deve saper seguire varie problematiche. Tutte le associazioni di categoria inoltre sono molto coinvolte nel discorso, e mi sembra che i lavoratori siano ben tutelati, e che l’attuale congiuntura di crisi non abbia allentato l’attenzione sulla sicurezza.»
Un consiglio del medico per l’imprenditore?
«Occorre mantenere alta l’attenzione alla sicurezza e prevenzione nel posto di lavoro oltre che agli obiettivi aziendali, non solo perché questo fa parte delle “buone pratiche” dell’imprenditore, ma anche per la conservazione della massima efficienza della forza lavoro al fine di incrementare i livelli di qualità e resa della propria azione imprenditoriale.»
LE QUATTRO STAGIONI DEL BENESSERE
Intervista con il Dott. Ferdinando Santucci
La salute comincia da un check up “su misura”
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 9 settembre 2009.
Dopo la pausa estiva, settembre è il momento giusto per pensare alla salute, prima che si ripresentino i problemi psicofisici abituali. Punto di partenza, una prevenzione intelligente che passi per un check up “mirato”. E la presenza di un medico che unisca un’esperienza di lungo corso con l’attenzione “umanistica” alla singolarità di ogni paziente.
Come il dott. Ferdinando Santucci, direttore del Poliambulatorio Valturio, uno dei primi cardiologi della nostra città, che da esperto gastronomo qual è ci dà la sua ricetta per rendere salutare la nostra vita senza togliergli sapore.
Dott. Santucci, perché siamo più fragili in autunno?
«La primavera porta a un fiorire dell’organismo, il corpo rinasce con la natura, d’estate la luce e il calore consolidano questo benessere, nell’autunno l’organismo tende ad avvizzire, come le foglie. E’ il momento giusto per intervenire e pensare a se stessi, mettendosi in condizione di affrontare l’inverno, momento in cui anche psichicamente arriva la malinconia. Per passarlo bene, è buona regola riprendere il contatto col proprio corpo, magari attraverso un bel check up, altrimenti l’attenzione per la salute e la prevenzione resta solo una bella parola.»
A chi rivolgersi per un check up?
«Ci vuole un medico ricco d’esperienza, che possa donare la saggezza accumulata nel suo lungo percorso agli altri, per una prevenzione lungimirante che non dia solo una diagnosi precoce, ma che attraverso consigli mirati sui corretti stili di vita possa allontanare l’inizio della malattia, che raramente è un evento improvviso e imprevedibile, ma quasi sempre la fine di un percorso.»
Stagioni dell’anno, stagioni della vita…
«E’ vero, la vita attraversa fasi diverse. In quella professionale, per un medico ad esempio, fino ai venti anni c’è la formazione culturale, da 20 a 40 la maturazione personale e lavorativa, dai 40 ai 60 si è nell’acme della propria professione e dai 60 agli 80… si possono donare agli altri i frutti di quello che si è accumulato negli anni. Soprattutto educando le persone a tenere uno stile di vita corretto. E’ quello che mi sento adesso pronto a fare io. E’ per questo che mi occupo personalmente dei check up nel Poliambulatorio. Ho visto troppe persone ammalarsi per trascuratezza dei comportamenti giusti o per l’ignoranza del funzionamento del proprio organismo, dando la colpa al “destino cinico e baro”. Penso che una corretta prevenzione parta da un check up di primo livello, a cominciare dai quaranta anni, con intervalli di tempo gradualmente più brevi invecchiando, e nel corso di questo sia fondamentale considerare la persona nel suo insieme e consigliarla sul corretto stile di vita da adottare. Nel check up che faccio presso il Poliambulatorio è prevista un’anamnesi accurata con la ricostruzione della storia clinica e familiare del paziente, un’analisi attenta degli stili di vita, la visita clinica del paziente con elettrocardiogramma ed analisi del sangue.»
…e le stagioni della salute?
«Anche per la cura di sé esistono precisi passaggi. E se una buona igiene di vita basata su una sana alimentazione e il giusto movimento fisico, senza abuso di sostanze nocive e unita alla ricerca della propria serenità – mens sana in corpore sano, insomma – è la base del benessere ad ogni età, da 0 a 20 anni occorre capire che il corpo è una struttura complessa in cui ogni parte dipende dalle altre come in un’orchestra, evitando i comportamenti dannosi che presenteranno un conto salato in seguito. Dai 20 ai 40 bisogna cercare di utilizzare al meglio le forze, dosando lo stress, cercando di rispettare i propri limiti. Dai 40 ai 60 il medico diventa un prezioso alleato: la fase di crescita è finita, è necessario controllarsi non solo per diagnosticare in fase precoce le malattie che si accompagnano all’invecchiamento, ma soprattutto per aver chiari i comportamenti “virtuosi”, le linee guida da seguire. Il medico deve dire, e il paziente deve fare. Dai 60 agli 80 si raccolgono i frutti dei comportamenti che abbiamo tenuto, e la presenza di un medico che ci conosca e sia in grado di modulare gli accertamenti diagnostici, le terapie e i consigli più adatti è fondamentale.»
Quali le regole auree della vita attiva?
«Lo sport è il mezzo con cui prendiamo coscienza del nostro corpo. Per dare il massimo dei benefici l’attività fisica deve essere continuativa e costante: il nostro corpo è fatto per muoversi. Da giovani lo sport salvaguarda dall’obesità e tiene lontani dalle sostanze nocive come alcol e fumo. Bisogna sottolineare che nei giovani fino ai 16 anni l’alcol è molto più tossico per il fegato di quanto sarà da adulti, per la mancanza di un enzima. In età matura lo sport aiuta a mantenere in forma muscoli, articolazioni e apparato cardiovascolare, ma deve essere sempre accompagnato dalla conoscenza dei propri limiti, vissuto come un momento di benessere e non come una sfida: la durata dei nostri organi è direttamente proporzionale all’uso che ne facciamo, ci vuole rispetto ed equilibrio. Dopo i sessant’anni l’attività fisica deve essere “dolce” e praticata in contesti in cui faciliti la socializzazione, come ballo, nuoto, ginnastica dolce, perché è fondamentale per il benessere psichico e la lucidità mentale mantenere un’attiva relazione con gli altri anche negli anni d’argento. L’altro punto fermo da tenere presente, e anche qui il medico può essere d’aiuto, è una dieta corretta e appetitosa. Imparare a gustare, ad assaporare è importante come la qualità e la varietà dei cibi che sono necessari alla nostra salute, per mantenere in armonia i nostri organi.»
Dott. Santucci, quali novità sono previste quest’anno?
«Sono molte, tese al miglioramento delle prestazioni verso l’utente. Abbiamo esteso l’orario di apertura: dal lunedì al sabato non stop dalle 7.30 alle 20.30. Abbiamo recentemente inaugurato un nuovo servizio, grazie a un infermiere che resta a disposizione dei pazienti ogni giorno presso il Centro dalle 7.30 alle 11.30, per tutte le prestazioni infermieristiche come prelievi, iniezioni, cambi di catetere, ed è disponibile anche per visite a domicilio. Nel corso dell’anno sarà potenziata la branca di Medicina dello sport, con la possibilità di sottoporsi presso di noi alle visite per conseguire l’idoneità agonistica, e ci sarà la possibilità di accedere in regime d’urgenza ad esami di diagnostica strumentale come l’ecografia. Un’altra novità è che l’esame di densitometria ossea, sempre con il Lunar di ultima generazione, è adesso eseguito dal Dott. Andrea Tarroni e dalla dott.ssa Maria Cristina Focherini, specializzati in Reumatologia, con una lettura precisa e immediata degli esiti dell’esame e una pronta consulenza sul percorso terapeutico da intraprendere eventualmente.»
PER TOGLIERCI QUEI PESI DALLO STOMACO
Intervista al Dott. Mauro Giovanardi
La gastroenterologia ha fatto molti passi avanti sia nelle cure che nella prevenzione
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 26 agosto 2009.
Gastroenterologia: per saperne di più siamo andati a intervistare il dottor Mauro Giovanardi, specializzato in Medicina interna, Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, medico dell’U.O. Gastroenterologia-Endoscopia Digestiva dell’Ospedale "Infermi" di Rimini, e responsabile di branca presso il Poliambulatorio Valturio.
Dott. Giovanardi, il gastroenterologo…
«… è il medico che si occupa in modo specifico delle malattie dell’apparato digerente, con competenze di tipo clinico e strumentale, di endoscopia digestiva ed ecografia. Un’altra metodica di competenza del gastroenterologo è la videocapsula endoscopica, che ha però indicazioni d’uso precise e limitate allo studio diagnostico dell’intestino tenue, e non sostituisce l’endoscopia – cioè la gastroscopia e la colonscopia - che sono metodiche sia diagnostiche che operative. Nell’eseguirle oggi si cerca di causare il minor fastidio possibile: l’invasività è implicita, i disagi per il paziente possono essere attenuati dalla sedazione e sedoanalgesia.»
Reflusso, il male più comune
Le patologie più comuni?
«La malattia da reflusso gastroesofageo è una delle più frequenti: sintomi da reflusso possono interessare fino al 20% della popolazione, e manifestarsi anche in età pediatrica. Il “reflusso” è il passaggio di contenuto gastrico in esofago. E’ un fenomeno che si verifica fisiologicamente anche nei soggetti normali, ma se la sintomatologia è frequente e duratura si può parlare di malattia. In generale i sintomi di “cattiva digestione”, che indichiamo come dispepsie e che il paziente descrive comunemente come sensazione di pesantezza dopo il pasto sono di osservazione frequente nell’ambulatorio del gastroenterologo e possono dipendere sia da cause organiche che da cause funzionali.»
I sintomi del reflusso?
«I sintomi tipici sono la sensazione di bruciore a livello epigastrico (bocca dello stomaco) che risale verso l’alto e talora fino in gola, e il rigurgito. A volte il reflusso causa sintomi come tosse, raucedine o dolore toracico simile al dolore di origine cardiaca, che insorge però collegato allo sforzo fisico, con situazioni di rischio preesistenti a carico dell’apparato cardiovascolare. Il dolore da reflusso può essere simile ma è alleviato dagli antiacidi, e non è direttamente correlato con uno sforzo. Piuttosto cattive abitudini alimentari o di vita come pasti copiosi con molti grassi o coricarsi subito dopo aver mangiato possono favorire o aggravare la sintomatologia.»
Consigli?
«Occorre fare pasti più leggeri in particolare la sera, evitare il fumo e i cibi che possono provocare reflusso come cioccolato, menta, fritti, spezie, caffé ed alcol, bevande gassate: ricordando di fare attività fisica, perché il sovrappeso favorisce il reflusso. Può essere utile anche alzare la testata del letto per dormire con il busto un po’ sollevato. Con queste attenzioni il disturbo può attenuarsi e si può ridurre la necessità di ricorrere ai farmaci»
Si fa presto a dire gastrite
E le “classiche” ulcera e gastrite?
«La malattia ulcerosa non correlata agli effetti di farmaci gastrolesivi è in calo perché si è scoperta la stretta associazione con un batterio, l’helycobacter pylori, presente nel 90% delle ulcere duodenali e in almeno l’80% di quelle gastriche, e disponiamo di validi schemi terapeutici per l’eradicazione del batterio. Resta rilevante il ruolo dei farmaci gastrolesivi, in particolare gli antiinfiammatori che possono causare queste ulcere come effetto collaterale.
Il termine “gastrite” nel linguaggio comune designa ogni disturbo che ci colpisce dall’ombelico in su, in realtà si può parlare di gastrite solo quando c’è una infiammazione della parete dello stomaco: molto spesso quello che viene definito gastrite non lo è. Anche le gastriti sono spesso correlate alla presenza dell’helycobacter o all’uso di farmaci, poi ci sono forme particolari come per esempio le gastriti autoimmuni o da malattie di altri organi che coinvolgono secondariamente lo stomaco.»
Quando bisogna andare dallo specialista?
«L’insorgenza di sintomatologie come anemia non bene spiegata, calo dell’appetito e vomito dopo il pasto, dimagrimento, difficoltà di deglutizione, sensazione retrosternale che il bolo si arresti, stipsi importante di recente insorgenza o sanguinamenti inspiegabili fa pensare che ci sia bisogno dello specialista e di accurati accertamenti diagnostici, cui si dovrebbe essere indirizzati dal proprio medico di famiglia. Il primo step è la visita ambulatoriale, durante la quale secondo me è importante che la persona possa raccontarsi con i suoi tempi. La visita comporta l’esame obiettivo del paziente, la spiegazione degli indirizzi diagnostici e le indicazioni di comportamento, con le terapie farmacologiche o gli approfondimenti che è necessario fare, come l’ecografia o l’indagine endoscopica.»
L’importanza dello screening
E per la prevenzione oncologica?
«Dal marzo 2005 è stato varato un programma di screening dei tumori del colon retto - tanto più curabili quanto più diagnosticati precocemente - su base regionale, rivolto a tutti i cittadini di età compresa fra 50 e 69 anni, maschi e femmine, di cui sono responsabile per l’ASL di Rimini.
La parte organizzativa è gestita dal Centro Screening della Unità Operativa di Oncologia, gli esami endoscopici si eseguono presso la nostra Unità Operativa di Gastroenterologia che si articola sui Presidi Ospedalieri di Rimini, Santarcangelo Riccione e Cattolica, con un reparto di degenza all’Infermi di Rimini e un ambulatorio su ogni Presidio per endoscopie, visite ed ecografie. Tutti i soggetti in fascia di età ricevono una lettera-invito ad eseguire il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci: basta recarsi in farmacia con la lettera per ritirare il kit, e riconsegnare il campione in uno dei punti di raccolta indicati sulla lettera stessa. Se il test risulta negativo si viene invitati a ripeterlo dopo due anni. In caso di positività si viene richiamati e invitati a eseguire la colonscopia, che consente di fare un’esplorazione del colon e di individuare i polipi, che possono essere precursori del tumore e che vengono generalmente asportati nel corso dell’esame stesso. Anche nei casi meno fortunati in cui si individua la presenza del tumore questo viene diagnosticato generalmente in fase precoce con ottime probabilità di guarigione con un adeguato trattamento.Non bisogna avere paura di fare il test - su 100 persone che si sottopongono alla ricerca del sangue occulto solo il 6/7% è positivo e nella maggior parte dei casi la positività non è correlata a patologia maligna - e bisogna sfatare l’alone negativo che la colonscopia si porta dietro: oggi nei nostri ambulatori viene eseguita con la sedo-analgesia che toglie dolore e sofferenza. La prevenzione e la diagnosi precoce sono le migliori armi che abbiamo a disposizione per sconfiggere il tumore, e perché i progetti di screening abbiano successo bisogna che aderisca il maggior numero di persone.»
QUANDO IL CIBO DIVENTA MALATTIA
Intervista alla Dott.ssa Stefania Raimondi
Disturbi alimentari, quali sono e come affrontarli
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 7 agosto 2009.
La dottoressa Stefania Raimondi è Medico dello sport, e si occupa di nutrizione in ambito sportivo e clinico. «Insieme a una collega psicologa, la dott.ssa Katia Manduchi, abbiamo creato presso il Poliambulatorio Valturio un’equipe interdisciplinareche segue le persone con disturbi alimentari» ci racconta la dottoressa Raimondi. «Lavorando insieme riusciamo ad affrontare queste problematiche nei loro vari aspetti.»
Perché è necessario operare su più fronti?
«Nella nostra cultura è importante essere visti belli e in forma, come comunicano i muscoli maschili e la magrezza femminile. In realtà magrezza e salute non sono sinonimi, e se per raggiungere i modelli correnti, o per problematiche psicologiche profonde si demonizza il cibo, ci si ammala nel corpo e nell’anima. Per curare i disturbi dell’alimentazione occorre perciò un approccio che integri l’ambito nutrizionale medico con quello psicoterapeutico. E’ la sinergia tra la presa in carico psicologica e la riabilitazione nutrizionale ad essere efficace in queste complesse patologie.»
Come si struttura un vostro intervento?
«Si rivolgono a noi molte ragazzine sui 14/15 anni, spesso all’esordio della malattia, il momento migliore per affrontare e risolvere il disturbo alimentare, ma anche persone che,dopo diversi anni di malattia e percorsi terapeutici non adeguati decidono di affrontare in maniera più globale la problematica. Io e la dott.ssa Manduchi partiamo da colloqui individuali e poi integriamo i due percorsi proponendo al paziente un progetto terapeutico modulato a seconda dei suoi bisogni, che lo segue con un follow up mirato anche dopo la guarigione. Non si utilizza la dieta come strumento, ma viene effettuato un percorso di riabilitazione basato su incontri settimanali, che porta a un approccio più equilibrato col cibo, una “fisioterapia” nutrizionale, che passa dall’ascoltare i segnali di fame e sazietà del corpo, al mangiare in modo equilibrato e di tutto, togliendo i pregiudizi legati a cibi particolari. Per riscoprire l’alimentazione come un mezzo, non come un fine. Non si fanno miracoli, ma è un approccio che funziona.»
E c’è anche l’EDNOS
Quali disturbi sono più frequenti?
«Le diverse patologie del comportamento alimentare si intersecano tra loro. Il nucleo centrale è l’eccessiva attenzione al peso, all’alimentazione e alle forme corporee con influenza delle stesse sulla propria autostima, che porta ad un controllo smodato che non lascia spazio ai bisogni psicofisici e ai significati piacevoli del cibo. Sempre più si parla di EDNOS, Disturbo Alimentare Atipico, un problema che sfugge ai canoni diagnostici di anoressia, bulimia o disordine alimentare, ma ugualmente invalidante; ne possono far parte le persone a “dieta cronica” soprattutto quando questo comportamento influenza negativamente la qualità della vita delle stesse. Ci sono continue migrazioni tra una forma e l’altra, forme miste sempre meno categorizzabili: bisogna prendere in carico la persona singola con le sue problematiche.»
Lei opera nel Poliambulatorio anche come medico nutrizionista e sportivo
«Cerco di aiutare il paziente ad avere un’alimentazione appropriata, “su misura”, adeguando le quantità e qualità del cibo a quelle di cui ha bisogno, ascoltando i segnali di fame e sazietà. Proponendo un’attività fisica adeguata, cercando di restituire alla persona la percezione del suo corpo, se necessario con un adeguato supporto psicologico. Più che prescrivere diete - molte persone si rivolgono a noi perché una lunga serie di diete incongrue ha portato il loro metabolismo a funzionare male - faccio un lavoro di rieducazione in cui sono a fianco della persona, nella stessa squadra, non in una posizione di controllo, direttiva. Se facciamo gol lo facciamo insieme. Seguendo un programma di perdita di peso ragionevole, non eccessivo – il corpo non può perderne troppo e restare sano – come può essere un calo del 10/15% del peso corporeo in 6/8 mesi, senza pesarsi tutti i giorni: anche l’uso della bilancia deve essere equilibrato, può bastare una volta a settimana. Una volta ottenuto questo risultato il corpo si stabilizza ed è il momento più critico, capire che l’obiettivo non è dimagrire ancora ma mantenere quel peso: e invece spesso quello che è un risultato positivo viene vissuto come una sconfitta. Come medico sportivo consiglio programmi nutrizionali specifici a seconda del tipo di sport praticato e le esigenze della persona. Sono pochi gli sport che necessitano di un’integrazione oltre alla dieta equilibrata, anche se ci si allena intensamente al massimo può essere utile un integratore idrosalino. Ma soprattutto niente diete iperproteiche fai da te, per non affaticare i reni e il fegato.»
Rendere il paziente indipendente senza lasciarlo solo
Come avviene una visita dietologica?
«Nella prima visita si valutano le abitudini alimentari, e si insegna a tenere il diario alimentare come strumento di consapevolezza dei propri comportamenti, se mangiare è legato alla fame o ai problemi emotivi. Viene fatta un’anamnesi delle patologie familiari, e una visita clinica con un esame obiettivo approfondito, valutazione dei parametri antropometrici, ed eventuale prescrizione di esami del sangue completi. Se si viene per una precisa patologia, che richiede una dieta appropriata, c’è sempre un feedback del nutrizionista con lo specialista che ha inviato il paziente. Nel secondo incontro si effettua la valutazione della composizione corporea ed, esaminato il diario alimentare, si decide il programma terapeutico. Che può comprendere una dieta scritta e pesata, un programma di consigli nutrizionali, in caso di bisogno terapia con farmaci naturali fitoterapici o integratori. Una volta raggiunto l’obiettivo c’è un follow up di controllo, all’inizio ogni 15 gg. poi mensile. Con l’obiettivo di rendere il paziente indipendente, senza lasciarlo solo.»
Il “peso forma” è un mito?
«Il peso forma “standard” non esiste, e le vecchie tabelle col calcolo dell’altezza relativa al peso non funzionano. Il concetto che prevale adesso è quello di Indice di massa corporea (BMI). Normopeso è chi è nel suo giusto range di BMI. Per intenderci: una persona alta 1.60, a seconda della sua costituzione, può essere normopeso dai 47 chili ai 64. Bisogna considerare anche la composizione corporea: uno sportivo può avere una massa muscolare importante ed essere fuori dal range, ma non è sovrappeso. Il BMI deve essere integrato con un’attenta valutazione della corporatura e della composizione in termini di liquidi, massa magra e massa grassa. Per questo in ambulatorio si fa la bioimpedenziometria, ed è importante ripeterla nel tempo per assicurarsi che il calo del peso sia avvenuto nel tessuto adiposo e non quello muscolare.»
ORECCHIO, NASO E GOLA: UN TERZETTO DELICATO
Intervista al Dott. Sergio Petrella, chirurgo otorinolaringoiatra
Sono tante e le patologie che possono colpire questi organi fondamentali
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 29 luglio 2009.
Il Dott. Sergio Petrella, specializzato in otorinolaringoiatria e patologia cervico-facciale presso l’università di Ferrara e in audiologia presso l’Università di Firenze, da anni esercita la sua attività come chirurgo otorinolaringoiatra all’ospedale Infermi di Rimini, dove si occupa anche della chirurgia di tiroide, ghiandole salivari, laringe e collo. Svolge l’attività ambulatoriale presso il Poliambulatorio Valturio di Rimini.
Dott. Petrella, chi è l’otorinolaringoiatra?
«E’ lo specialista che si occupa del trattamento medico e chirurgico delle malattie dell’orecchio, del naso, della gola e del collo. Interviene con lo pneumologo nella diagnosi e nella terapia delle apnee ostruttive del sonno, collabora con il chirurgo maxillo-facciale per i traumi dello scheletro facciale, con l’oculista per le patologie delle vie lacrimali e con il dermatologo per la patologie neoplastiche del volto. Interveniamo di frequente per deviazione del setto nasale, ipertrofia dei turbinati, asportazione in endoscopia dei polipi nasali, tonsillectomia e/o adenoidectomia. Ma ci occupiamo anche dei tumori che colpiscono il laringe, le ghiandole salivari, la tiroide, la lingua ed il cavo orale. Nei bambini gli interventi più consueti sono l’asportazione delle tonsille e/o delle adenoidi ed il drenaggio timpanico.»
Fumo, inquinamento e alcol, danni in aumento
Quali sono le patologie più frequenti?
«I sintomi per cui siamo consultati più spesso sono abbassamento della voce, dolore alla deglutizione, dolore e tumefazione al collo, difficoltà respiratoria nasale, infiammazioni ricorrenti delle tonsille, dell’orecchio, russamento o apnee notturne. I bambini hanno spesso patologie respiratorie croniche e infiammazioni ricorrenti delle prime vie respiratorie, con otite catarrale. Arrivano da noi quando nonostante le cure praticate dal pediatra continuano ad avere difficoltà nella respirazione nasale o dolore all’orecchio con diminuzione dell’udito. Gli adulti spesso hanno problemi alle prime vie respiratorie, con tonsilliti ricorrenti, difficoltà nasali e cefalea per infiammazione ai seni paranasali. Oggi a causa dell’inquinamento atmosferico ed acustico, per l’abuso del fumo e dell’alcool le patologie otorinolaringoiatriche sono in aumento. Ci sono poi disturbi non specificamente di nostra competenza, come il reflusso gastroesofageo, che può manifestarsi con sensazione di un corpo estraneo in gola, tosse, raucedine, anomalie del sonno ecc. e le otalgie riferite, dolori all’orecchio legati a patologie dentarie, dell’articolazione temporomandibolare e del cavo orale .»
I problemi otoiatrici non si verificano solo d’inverno…
«Anzi. D’estate sono frequenti le ostruzioni del canale auricolare per tappo di cerume, le infezioni del condotto uditivo esterno (otite esterna), l’otomicosi e le infezioni dell’orecchio medio. Spesso riscontriamo la perforazione da trauma della membrana timpanica, e non sempre si chiude spontaneamente: a volte è necessario un piccolo intervento.»
Come si manifesta l’otite?
«Con dolore da moderato ad acuto, senso di ostruzione, ipoacusia, acufeni, febbre.
La membrana timpanica può perforarsi, con fuoriuscita di materiale purulento (otorrea), che talvolta può essere l’unico sintomo. Per prevenire le otiti bisogna evitare le malattie da raffreddamento e le infezioni delle alte vie respiratorie. In caso di diminuzione dell’udito controlliamo con l’otoscopio il canale uditivo, per escludere il “tappo di cerume”. Il cerume è il prodotto della secrezione delle ghiandole ceruminose e sebacee del condotto uditivo esterno, ha funzione lubrificante e antibatterica, ma molte volte per l’uso improprio del cotton-fioc, un eccesso di produzione o se si lavora in ambienti polverosi se ne determina un accumulo che ostruisce il canale auricolare: si sente meno bene (ipoacusia) e si sentono le orecchie come otturate.
Il primo intervento nelle otiti e nelle patologie del naso e della gola spetta comunque al medico di famiglia; se la sintomatologia non si risolve chiederà lui una consulenza specialistica. La visita clinica si svolge attraverso l’anamnesi, l’ispezione, la palpazione e l’esame diretto di naso, orecchio, cavo orale, orofaringe, laringe mediante strumenti tradizionali e/o a fibre ottiche. Se si sospetta un tumore, l’indagine risolutiva è la biopsia. In caso di sordità si esegue un esame audiometrico.»
Un guaio tipicamente estivo: l’eccesso di aria condizionata
Un piccolo prontuario dei problemi più frequenti in estate…
«Per liberare il condotto uditivo ostruito dal “tappo di cerume” lo si ammorbidisce con l’uso di gocce oleose per qualche giorno e poi si esegue un lavaggio auricolare, con acqua tiepida a 37° ma solo se il paziente non ha infiammazioni o perforazione del timpano. Molto diffusa è anche l’otite esterna, che interessa la cute del condotto uditivo che infiammandosi per contaminazione batterica si gonfia e si arrossa causando dolore intenso, ostruzione del condotto e febbre. Può essere trattata in forma iniziale con instillazione di gocce antibiotiche e cortisoniche, ma non va sottovalutata, soprattutto in soggetti diabetici e con decadimento fisico.
D’estate aumentano anche le patologie respiratorie legate all’uso smodato dell’aria condizionata, con bruschi sbalzi di temperatura. Un altro problema frequente è l’epistassi, cioè l’improvvisa perdita di sangue dal naso, dovuta a fragilità dei capillari per microtraumi del setto nasale, traumi nasali o facciali, secchezza nasale da aria condizionata, infiammazioni rino-sinusali, ipertensione arteriosa, tumori del naso e dei seni paranasali. E’ comune nei bambini, e spesso per interromperla basta comprimere le pinne nasali, o inserire nella narice un batuffolo di cotone imbevuto d’acqua ossigenata. Se l’epistassi è frequente occorre eseguire gli esami ematologici di routine. Negli adulti è importante controllare la pressione arteriosa.»
Riassumendo: occorre consultare lo specialista…
«…quando i problemi respiratori nasali sono causa di OSAS, cefalea, difficoltà respiratoria nasale, infiammazioni del cavo orale e delle tonsille, dolore nella deglutizione, abbassamento di voce, tumefazioni al collo, dolore all’orecchio e ipoacusia. Il consiglio è sempre quello di rivolgersi in prima istanza al medico di famiglia o al pediatra che valuteranno se consultare lo specialista. Per quanto riguarda la prevenzione, non fumare e bere alcolici con moderazione è il primo presidio, poi prevenire i raffreddamenti evitando i passaggi bruschi dal caldo al freddo.»
DORMIRE BENE E' VIVERE MEGLIO
Intervista al Dott. Desiderio Saverio
I disturbi del sono in Italia colpiscono milioni di persone
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 15 luglio 2009.
Il Dott. Saverio Desiderio, specializzato in Malattie dell’Apparato Respiratorio presso l’Università di Bologna, dirigente pneumologo della AUSL di Rimini, è Responsabile del Modulo Professionale Qualificato di Fisiopatologia Respiratoria e si occupa della Diagnosi e Cura dei Disturbi Cardio-Respiratori nel Sonno presso l’Ospedale di Riccione e Rimini. Inoltre visita e pratica la polisonnografia, esame fondamentale per diagnosticare i disturbi del sonno, presso il Poliambulatorio Valturio di Rimini.
Dott. Desiderio, cos’è il sonno?
«E’ un fenomeno complesso, una componente attiva del ciclo vitale, di cui studiamo in specifico la patologia cardio-respiratoria da alcuni anni. Normalmente è costituito da diversi cicli (4-5 in 8 ore di sonno), con un ritmo elettroencefalografico molto vario. Ogni ciclo è diviso in fase NREM e fase REM, in cui si sogna. Anche nelle persone sane la respirazione rallenta durante il sonno, perché il centro del respiro riposa ed è meno sensibile agli stimoli psicofisici e chimici e tutta la muscolatura si rilassa, anche quella che coadiuva la respirazione. Solo il muscolo diaframmatico resta attivo nel sonno. Più si rilassano i muscoli che normalmente dilatano le vie aeree superiori più un soggetto predisposto russa e può avere apnee, cioè blocchi del respiro.»
Quandi russare diventa una patologia
Quando si sconfina nella patologia?
«Tutti possiamo avere fino a 5 apnee di durata inferiore a 10 secondi ogni ora di sonno: se sono di più o durano più a lungo ne derivano disturbi cardiorespiratori caratterizzati da irregolare respirazione e sonno agitato con risvegli più o meno coscienti. La mattina si ha l’impressione di aver dormito male e ci si sveglia stanchi. Questo avviene perché durante il sonno non ci si ossigena a sufficienza. In alcuni soggetti infatti, a causa del rilassamento dei muscoli legati alla respirazione, si verifica la chiusura più o meno completa delle vie aeree superiori e la conseguenza più semplice è il russamento dovuto alla vibrazione dei tessuti al passaggio forzato dell'aria, disturbo che colpisce il 40% della popolazione adulta: tra questi il 20% circa ha apnee ostruttive. La carenza di ossigeno durante i blocchi respiratori può causare problemi cardiocircolatori (palpitazioni, ipertensione, dolore toracico). Se non c’è interruzione ma rallentamento della respirazione non si russa, ma ci si ossigena poco ugualmente. E’ un problema che colpisce fumatori con bronchite cronica ostruttiva, pazienti con malattie neuromuscolari, ictus o cifoscoliosi. Disturbi cardiorespiratori nel sonno si possono verificare anche in soggetti con gravi problemi cardiaci in cui invece di un rallentamento si ha un respiro accelerato caratteristico (respiro periodico).»
Cos’è la sindrome da apnea ostruttiva nel sonno?
«Una “sindrome” è la conseguenza di più problemi sanitari. Quella da apnea ostruttiva (OSAS) è caratterizzata da ripetuti e ricorrenti episodi di ostruzione delle vie aeree superiori, in primis il faringe, con blocco intermittente della respirazione. Una patologia che crea problemi gravi: in una notte si possono avere tantissime apnee, e quando il soggetto ha blocchi respiratori ripetuti va in deficit di ossigeno e gli organi più “nobili” come cuore e cervello si danneggiano. C’è un collegamento accertato tra OSAS ed alcune malattie del cuore, del cervello e il diabete mellito insulino-resistente. Il 50% di chi viene colpito da ictus ha l’OSAS. Altre conseguenze sono eccessiva sonnolenza e stanchezza durante il giorno, con sensazione di irritabilità, ansia, depressione, scarsa concentrazione, calo della libido e della memoria. In Italia ci sono circa 1.600.000 persone con questa patologia, che richiede da parte del medico studi specifici e tecniche diagnostiche particolari per comprendere i sintomi nella loro interrelazione. La sonnolenza diurna causata dall’OSAS è anche un problema di salute pubblica, perché responsabile di scarso rendimento sul lavoro o scolastico, aumentato rischio cardiovascolare e di un rischio da 2 a 7 volte maggiore di incidenti stradali, a causa dei riflessi rallentati. E’ un’emergenza sociale.»
Cos’è l’apnea ostruttiva
Quali sono i fattori di rischio?
«L’obesità, soprattutto quella viscerale “a mela”, le ostruzioni meccaniche delle alte vie aeree come polipi nasali, ipertrofia del palato molle, delle tonsille, lingua grossa, collo taurino, ipotiroidismo. Meno si dorme più i muscoli diventano ipotonici. Altri fattori di rischio sono alcool, fumo, assunzione di ipnotici e antistaminici. Vengono colpiti più i maschi che le femmine - dopo la menopausa l’incidenza è uguale – di più dopo i 50 anni, e se c’è una familiarità per le roncopatie.»
Come ci si accorge dell’OSAS?
«Chi russa… ci dorme sopra, e spesso è un familiare che viene a raccontare che il soggetto russa e ha blocchi respiratori, oppure che è sonnolento, irritabile, stanco. Il rischio è che il medico di famiglia lo mandi da specialisti che curano i diversi sintomi, affrontando un problema alla volta senza accertarne e risolverne la causa reale.
Invece di fronte a una persona che russa costantemente, fa pause respiratorie, ha un sonno agitato e non riposante, di notte deve spesso alzarsi per urinare e si sveglia con palpitazioni, ha crisi ipertensive, è sonnolento di giorno bisogna pensare a un’OSAS. La diagnosi certa va fatta tramite la polisonnografia.»
Cos’è la polisonnografia?
«E’ la registrazione simultanea di più parametri respiratori e cardiologici attraverso uno strumento portatile, che mentre si dorme registra respiro, stato di ossigenazione, battito cardiaco e posizione del corpo attraverso sensori. Applicata la macchina in ambulatorio si va a casa, per ottenere una registrazione il più possibile naturale. Il paziente tiene un diario e risponde a un questionario sulla qualità del suo sonno. Al mattino torna per farsi togliere la macchina, il tracciato con i vari parametri viene scaricato sul computer e il medico lo legge e valuta.»
Come risolvere il problema?
«Se viene accertata un’OSAS grave si cura subito il disturbo con la CPAP, da utilizzare durante in sonno, evitando problemi cardiocircolatori gravi. La CPAP è un apparecchio che fornisce al paziente una “pressione positiva continua di aria” attraverso una mascherina applicata a naso e bocca del paziente, che impedisce il collasso dei tessuti molli delle vie aeree superiori. E’ un trattamento meccanico che dà immediato sollievo. Ne deve seguire la modifica dello stile di vita, che a seconda dei fattori di rischio riscontrati implica curare l’obesità, una migliore igiene del sonno, un intervento chirurgico ORL, un apparecchio endoorale, la rieducazione nel caso di apnee legate alla posizione assunta dormendo. Non esistono farmaci per risolvere il problema. Bisogna stare particolarmente attenti ai bambini che russano per ipertrofia tonsillare o adenoidea: spesso soffrono di OSAS, e rischiano menomazioni nello sviluppo psichico. L’importante per le patologie del sonno è affidare la diagnosi e la cura a medici con una formazione specifica sull’argomento e la capacità di coordinare il lavoro con i diversi specialisti che possono essere utili per la risoluzione del problema.»
COME MIGLIORARE L'ULTIMA PARTE DELLA DIGESTIONE
Intervista al Dott. Canuti Stefano
Una dieta corretta e una vita attiva possono allontanare il rischio di emorroidi e coliti
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 1 luglio 2009.
Il dott. Stefano Canuti, specializzato in Chirurgia Generale e Chirurgia Vascolare, nel 1980 ha attivato il Centro di Riabilitazione Stomizzati e l’Ambulatorio di Proctologia presso l’Ospedale Infermi di Rimini, è stato poi responsabile del Modulo elevata professionalità di Chirurgia Coloproctologica e quindi Responsabile del Modulo di Rilevanza Dipartimentale di Chirurgia Coloproctologica presso l’Ospedale Ceccarini di Riccione. E’ attualmente Responsabile del Raggruppamento Chirurgico e Unità di Coloproctologia presso la casa di cura “Villa Maria” di Rimini. Visita al Poliambulatorio Valturio.
Dott. Canuti, cos’è la proctologia?«E’ la branca della medicina e chirurgia che si occupa delle malattie del colon retto - coliti, diverticoli, polipi e tumori - e dell’ano, come emorroidi, ragadi, fistole e ascessi anali. Nei primi anni ’80, quando sono andato al St.Mark’s Hospital di Londra per occuparmi in maniera specialistica di questi problemi, la figura del proctologo da noi ancora non esisteva, i problemi proctologici venivano trattati dal chirurgo generale in modo obsoleto. Negli ultimi dieci anni la proctologia italiana si è guadagnata il suo spazio, attraverso nuove tecniche operatorie validate e prese in carico in Europa e America. Come la tecnica di correzione dei prolassi emorroidari e rettali con suturatrici meccaniche messa a punto dal dottor Longo, che ha consentito di ridurre l’invasività chirurgica, con riduzione del dolore postoperatorio e ripresa più rapida. La chirurgia proctologica si occupa anche di interventi di ricostruzione dei muscoli in caso di lesione degli sfinteri, cui segue un’apposita terapia riabilitativa, utile anche nelle stipsi ostinate e nell’incontinenza dovuta all’età avanzata.»
La tecnica di Longo Qual è la patologia più frequente?«Senz’altro il prolasso della mucosa del retto e del canale anale e quindi delle emorroidi, che si annuncia con sanguinamenti, dolore e sensazione di pesantezza. Un problema comune a maschi e femmine di tutte le età, legato sovente alla stipsi causata da una nutrizione inadeguata, povera di fibre e liquidi. Ci sono molte tecniche per affrontare il problema, ma quando prevale il prolasso la soluzione è la tecnica di Longo, un vero e proprio “lifting” del canale anale che riposiziona le emorroidi prolassate. Le emorroidi infatti non sono una malattia, ma “pacchetti” di tessuto vascolarizzato che servono a perfezionare la continenza. Con questa metodica si rispetta l’anatomia del canale anale e si evitano le ferite aperte, causa del dolore postoperatorio. In caso di alterazioni molto avanzate è però necessaria l’asportazione dei “pacchetti” malati.»
Come curare le emorroidi?«Le emorroidi vanno operate quando cominciano a creare disturbo al paziente con la loro discesa e con frequenti sanguinamenti.
Ci sono terapie mediche per decongestionare e diminuire i sanguinamenti; per i piccoli prolassi iniziali sono utili le legature elastiche ambulatoriali. E’ stata abbandonata la crioterapia, che non ha dato i risultati sperati. Le tecniche miniinvasive di intervento che sono state messe a punto fanno sì che il paziente possa usufruire di un intervento più risolutore, con minori disagi.»
Quali sono le altre patologie?«Le ragadi, ulcere che si formano nel canale anale quando il muscolo perde elasticità, sono un problema legato alla stipsi, talora alla diarrea, spesso a tensione emotiva. La cura è medica, con farmaci che riducono lo spasmo dello sfintere. In caso di recidiva o mancata guarigione l’intervento risolutore è l’anoplastica posteriore mucosa o la sfinterotomia laterale interna, interventi praticabili in anestesia locale, con veloce recupero postoperatorio.
Sintomo caratteristico della ragade è il dolore acuto al passaggio delle feci, che può durare diverse ore e può essere accompagnato da sanguinamento. Fistole e ascessi sono suppurazioni della regione anoperineale, dovuti all’infezione delle ghiandole del canale anale; l’ascesso è la fase acuta con raccolta di pus, la fistola la fase cronica della malattia. Vengono avvertiti in fase iniziale come dolore e gonfiore con febbre. La terapia è chirurgica, perché gli antibiotici attenuano ma non curano questo tipo di infezioni. Le coliti – ma oggi si parla piuttosto di “sindrome del colon irritabile” – sono infiammazioni del colon, hanno origine per lo più psicosomatica, danno gonfiore e dolori addominali, stipsi o diarrea che si alternano. Anche se i sintomi sono sgradevoli, sono patologie benigne. Può servire andare dallo specialista per escludere altre patologie, come la colite ulcerosa.»
Quando occorre la colonscopia Come avviene una visita proctologica?«Dopo l’anamnesi – fondamentale per ricostruire la familiarità nelle malattie di origine neoplastica e per il racconto della sintomatologia del paziente – c’è la visita clinica, che consiste nell’ispezione ed esplorazione rettale digitale e nella anuscopia, eseguita con uno strumento di piccolo calibro che permette di ispezionare il canale anale nella sua parte bassa e media.Attraversola visita si arriva alla diagnosi nel 90% dei casi; occorrono a volte ulteriori accertamenti come l’ecografia trans rettale, o la rettocolonscopia. Vorrei ricordare come oggi, data la complessità che la proctologia ha raggiunto, sia opportuno affidarsi sempre a un medico di vasta e comprovata esperienza.»
Chi deve andare a fare un controllo proctologico, in presenza di quali sintomi?«Bisogna farsi vedere assolutamente se si vede del sangue alla defecazione, a qualsiasi età. Il sanguinamento è segno anche di malattie benigne, ma non va sottovalutato. In presenza di dolore, prolasso, prurito anale, è bene farsi vedere dal proctologo. Dopo i cinquant’anni lo screening oncologico prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci: se il risultato è positivo, occorre provvedere a esami di secondo livello come la colonscopia.»
Quali sono le buone pratiche di prevenzione?«Uno dei problemi della nostra società civilizzata è aver ridotto le fibre nella dieta, privilegiando i cibi ad alto contenuto calorico, ricchi di zuccheri e proteine e poveri di scorie. La diminuzione di fibre ha ridotto il volume fecale e la velocità di transito intestinale, e viene abbinata a un modello di vita sedentario e all’impossibilità di rispettare gli orari naturali. Capita spesso di avere lo stimolo a defecare quando non si può esaudirlo, e rimandare per lunghi periodi fa rallentare ancora di più il transito.
Nella “sindrome da defecazione ostruita” la stipsi è determinata dal prolasso interno del retto, e i nuovi interventi sul prolasso, come prima accennato, possono risolvere il problema. Per affrontare la stipsi occorre comunque aumentare le fibre nella dieta, bere molti liquidi e ottemperare allo stimolo naturale dando retta ai ritmi del corpo. Chi va di corpo meglio ha meno problemi e meno possibilità di prolasso emorroidario.»
GLI INFINITI GUAI DI UNA POSTURA SCORRETTA
Intervista al Fisioterapista Intorcia Gastone
Il metodo Dorn, una tecnica dolce che allenta le tensioni dei muscoli profondi
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 17 giugno 2009.
Il Fisioterapista Gastone Intorcia, diplomato all’Università di Bologna, ha ottenuto il dottorato di osteopatia in Svizzera ed è l’unico a Rimini a praticare il metodo Dorn, terapia manuale che corregge l’allineamento della colonna vertebrale. E’ stato anche il primo fisioterapista in Italia a diventarne docente.
Dott. Intorcia, di cosa si occupa presso il Poliambulatorio Valturio?
«Come osteopata mi occupo di mobilizzazione vertebrale e posturale, intervenendo principalmente sulla schiena, il distretto corporeo sottoposto alle tensioni muscolari maggiori, per riportare in equilibrio la struttura eliminando le compressioni e i disturbi associati. Le posture scorrette tenute per molto tempo nel corso della giornata, durante il lavoro ad esempio, possono essere nocive e arrecare dolore, e anche con un riscontro diagnostico o strumentale negativo possono esserci disturbi.»
Qual è il suo approccio?
«Io mi occupo di quello che riguarda la parte ortopedica delle strutture miofasciali con tecniche osteopatiche, e lavoro sulla parte connettivale. L’osteopatia è una tecnica olistica, con una visione globale del sistema corporeo: un problema in una parte implica sempre un lavoro anche su altri distretti. Ricordando sempre che mente e corpo non sono separati, che “quel che la mente si esprime nel corpo si imprime”. Un errore comune è pensare che il mal di schiena chieda un rafforzamento muscolare, mentre il muscolo più è forte più è rigido, meno elastico e comprime strutture come il sistema vascolare e i nervi. L’osteopatia consente il riequilibrio della persona anche a livello viscerale: spesso alla colite, ai dolori mestruali è associato il dolore alla schiena. Tecniche strumentali e manuali vanno usate in sinergia: la TECAR, il laser, l’idroelettroforesi le applico essenzialmente per ridurre il dolore, la prima cosa da fare. Poi lavoro sul riequilibrio, dopo aver valutato la postura con il Delos Postural System e con l’esperienza acquisita.»
E il metodo Dorn?
«E’ una tecnica manuale di mobilizzazione della parte articolare molto dolce, che allenta le tensioni dei muscoli profondi che fanno muovere la colonna. Il paziente è un soggetto attivo del trattamento, che gli fa prendere coscienza di come muove il corpo. Si può applicare a tutti, non è invasivo, non c’è il rischio di lesioni, può giovare all’osteoporosi.»
Come si svolge una visita?
«All’anamnesi attraverso il racconto del paziente segue la valutazione strumentale per misurare il baricentro, poi l’esame clinico che controlla la mobilità articolare e muscolare. In questo modo vengono stabiliti l’intervento terapeutico e la rieducazione posturale. Con il metodo Dorn vengono assegnati esercizi da fare a casa, per mantenere i risultati raggiunti attraverso la terapia.»
Un consiglio…
«Prima si viene meno sedute si fanno: un buon fisioterapista che si occupa di postura attraverso tecniche di terapia miofasciali può essere risolutivo. Bisognerebbe intervenire ai primi sintomi dolorosi, anche quando la schiena fa male e il fastidio diminuisce con l’uso dell’antinfiammatorio, che elimina il sintomo e non la causa.»
IN AIUTO DEL PAZIENTE CON PROBLEMI OSTEO-MUSCOLO-ARTICOLARI
Intervista al Prof. Succi Attilio
Terapie Manuali e Terapie Strumentali di ultima generazione
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 17 giugno 2009.
Il prof. Attilio Succi, già insegnante di Educazione Fisica presso il Liceo Serpieri e preparatore atletico di squadre professionistiche di basket, dal 1994 svolge la libera professione di massofisioterapista presso il Poliambulatorio Valturio di Rimini. Oltre al recupero funzionale post chirurgico e/o traumatico tratta, con tecniche manuali e con le più aggiornate strumentazioni fisioterapiche, i dolori osteo-muscolo-articolari. L’abbiamo intervistato.
Prof. Succi, che tecniche manuali usa?
«Al di là della tecnica, è molto importante la sensibilità manuale, la consapevolezza, acquisita con l’esperienza, dei limiti dell’intensità in cui si deve operare e la capacità di rapportarsi con il paziente e i suoi problemi. Oltre a praticare le tecniche del massaggio classico, mi avvalgo del massaggio miofasciale e della stimolazione dei Trigger Points (PT), focolai di iperirritabilità in un tessuto, che possono essere dolorosi localmente o dar vita a dolori anche in zone lontane dalla loro origine. I PT causano disfunzione, attivi o latenti che siano.»
Come si inattivano questi punti di iperirritabilità?
«I trattamenti che pratico sono la compressione ischemica (digitopressione e massaggio profondo vibratorio), la stimolazione dei PT con Tecar o Laser e l’allungamento muscolare più spray freddo. Io uso in modo integrato terapie manuali e strumentali quali L’Hydrofor®, dispositivo che permette il trasporto transdermico di principi attivi negli spazi interstiziali e nelle cellule, senza ledere cute o altri organi e senza interagire con il sistema circolatorio. La TECAR terapia, metodica innovativa e non invasiva, sfrutta invece il trasferimento energetico all’interno della matrice extracellulare e della cellula tramite la creazione di un campo elettromagnetico. E’ efficace sia sui tessuti superficiali e sulle piccole strutture sia su quelli profondi e duri come ossa, grandi tendini e capsule articolari; la sua efficacia dipende molto dall’uso che ne fa il terapista.»
Quali altre patologie tratta con l’Hydrofor® e la TECAR terapia?
«Sono terapie che trovano applicazione in tutte quelle patologie acute e croniche dove non c’è indicazione chirurgica. Nella mia esperienza ho trovato molto vantaggioso trattare ancora in acuto un colpo di frusta, una distorsione di caviglia con importante versamento, o una distorsione di ginocchio; i tempi di recupero sono accorciati molto e non si hanno i danni tipici dell’immobilità. Traggono grandi miglioramenti da queste terapie anche tunnel carpali o rizoartrosi nelle fasi iniziali, le patologie della spalla, le malattie degenerative del ginocchio, del collo e della schiena. L’importante è conoscere la causa ed essere sempre in contatto col medico di famiglia o con lo specialista che segue il paziente.»
Quali consigli dà ai lettori?
«Il benessere deve sempre partire dalla prevenzione. Una vita sana con attività motoria, alimentazione, atteggiamenti e posture corretti è la premessa per non richiedere le prestazioni del medico o del fisioterapista. E’ però difficile resistere ai peccati di gola, al piacere della sedentarietà, o alla partita al cardiopalma con gli amici. Allora, quando c’è bisogno del nostro intervento, è importante rivolgersi a professionisti qualificati che, oltre alla loro preparazione tecnica e scientifica, dedichino al paziente anche tempo ed attenzione.»
LA COLONNA COSI' ROBUSTA E COSI' DELICATA
Chirurgia vertebrale: intervista al Dott. Donati Roberto
L’ernia del disco è la patologia più comune
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 3 giugno 2009.
Il dott. Roberto Donati, laureato a Bologna in medicina e chirurgia nel 1982, si è specializzato in Neurochirurgia nel 1988 a Pavia, e ha fatto il suo apprendistato per sette anni al Bellaria di Bologna. Opera all’Ospedale Bufalini di Cesena, uno dei Trauma Center d’eccellenza della nostra regione, dalla creazione del reparto di Neurochirurgia, nel 1988. Da parecchi anni al Bufalini ricopre l’incarico ad alta professionalità per la chirurgia vertebrale. Il dottor Donati visita a Rimini presso il Poliambulatorio Valturio. “Mi occupo in particolar modo di chirurgia vertebrale cioè di tutte le patologie che affliggono la colonna vertebrale e il suo contenuto, midollo spinale e radici nervose.”
Dottor Donati, come è fatta la colonna vertebrale?
«La colonna è l’impalcatura ossea del corpo, formata da 34 vertebre con caratteristiche diverse a seconda del tratto (7 cervicali, 12 dorsali, 5 lombari, 5 sacrali, 5 coccigee). Nell’insieme consideriamo la colonna come una struttura dinamica con elementi passivi come le ossa o i legamenti ed elementi attivi come i muscoli.La funzione della colonna è una funzione di sostegno e di protezione delle strutture nervose in essa contenute.»
Quali sono le patologie che interessano la neurochirurgia?
«Principalmente patologie a carattere degenerativo come le ernie del disco, le instabilità degenerative del rachide, l’artrosi vertebrale, le patologie neoplastiche primitive e metastasiche che interessano l’osso e le strutture nervose, e le patologie di origine traumatica o malformativa. Non esiste un vero e proprio confine con l’ortopedia, anche se il neurochirurgo ha più confidenza con le strutture nervose, e si fa sempre più strada il concetto di chirurgo vertebrale, come branca particolare.»
La patologia più frequente?
«L’ernia del disco lombare è quella più riscontrata. L’ernia - una rottura o un indebolimento dell'anello fibroso del disco, cui consegue la dislocazione del nucleo polposo - può essere anche cervicale e dorsale, con implicazioni cliniche diverse. A livello lombare ci sono disturbi a carico degli arti inferiori, che raramente esitano in problemi importanti. Se nell’ernia cervicale è interessato il midollo spinale, ne conseguono problemi di mobilità a tutti e quattro gli arti. E’ una patologia che può insorgere a ogni età.»
Come si trattano le patologie vertebrali?
«Il più delle volte cerchiamo di trattare la patologia degenerativa in modo conservativo, attraverso la terapia del dolore, terapie fisiche riabilitative. Nel caso dell’ernia del disco lombare e cervicale senza compromissione del midollo per lo più l’intervento non è necessario; l’ernia ha in genere un’evoluzione benigna, va verso il riassorbimento spontaneo.
Altrimenti, nel caso in cui il dolore sia persistente e invalidante si ricorre a un intervento chirurgico. Gli interventi possibili sono tanti, bisogna individuare quello più idoneo per ogni tipo di paziente. E’ difficile riassumere in poche parole: oggi sono possibili interventi di stabilizzazione vertebrale, da qualche anno si impiantano dispositivi interspinosi e persino protesi di disco per non bloccare le vertebre e garantire il movimento. Noi pratichiamo la “microdiscectomia”, una tecnica chirurgica che permette l'asportazione di un disco vertebrale degenerato attraverso una piccola incisione, usando il microscopio operatorio. Una tecnica che si pratica in anestesia generale, che ha una vasta validazione scientifica e permette di dimettere il paziente il giorno dopo l’operazione. Per far questo occorre avere dimestichezza con le tecniche chirurgiche ed esperienza in questo campo. A Cesena è possibile eseguire tutte le tecniche consolidate, di provata efficacia: noi non facciamo chirurgia sperimentale e non applichiamo tecniche mininvasive come il laser e l’elettroterapia intradiscale, che non hanno una validazione scientifica: non ci sono cioè lavori scientifici seri basati su una valida casistica che stabiliscano una reale utilità di queste pratiche. La colonna nuova non la fa nessuno, ma è possibile sistemare il punto che si considera sintomatico. Io sono poco interventista, ma un intervento può essere decisivo per migliorare la qualità della vita, in caso di metastasi invalidanti o che provochino molto dolore o anche nell’artrosi. Il nostro obiettivo intervenendo è sempre migliorare la vita del paziente, renderlo più autonomo.»
Quale recupero è necessario dopo l’operazione?
«Ci vogliono 30 giorni circa di convalescenza per l’ernia, durante i quali si può camminare, uscire ecc. Noi consigliamo un supporto fisiatrico a chi arriva già con deficit motorio, e la rieducazione funzionale del rachide lombare per cercare di rafforzare i muscoli della colonna e per imparare a usarla bene.»
Chi deve fare una visita neurochirurgica?
«Una visita neurochirurgica è consigliabile per tutti coloro che hanno problemi sia cerebrali che alla colonna vertebrale, in cui le indagini abbiano individuato una patologia degenerativa, neoplastica o esiti di trauma. Ed è bene farla, come visita di II livello, nel caso di disturbi complessi, a volte conviene farla prima ancora di sottoporsi ad accertamenti, per orientare correttamente gli stessi. Ad esempio, in caso di atassia, incontinenza e decadimento mentale in tarda età invece di esaminare ogni problema singolarmente si può riscontrare un problema di idrocefalo normoteso, una patologia endocranica con dilatazione dei ventricoli cerebrali per accumulo di liquido cefalo-rachidiano. In questo caso l’anamnesi e la visita sono importanti per fare un diagnosi differenziale.»
Quali sono le buone pratiche di prevenzione?
«Evitare situazioni che comportino un eccessivo stress della colonna, come sollevare pesi a strappo, e cercare di sollevarli invece piegandosi sulle gambe, portando i pesi vicino al corpo per non flettere la colonna, perché la flessione anteriore sollecita i dischi. E naturalmente curare lo stile di vita, con un’attività fisica adeguata – ottimo il nuoto - evitando il sovrappeso. Come nella gran parte delle patologie, uno stile di vita equilibrato è fondamentale.»
L' IMPORTANZA DELLA NOSTRA MANO
Intervista all’ortopedico Dott. Lucchetti Riccardo
“Tante patologie nascono da lavori pesanti e ripetitivi”
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 6 maggio 2009.
Il dottor Riccardo Luchetti, specialista in Ortopedia e in Chirurgia della Mano, è anche consulente presso U.O. di Chirurgia della mano del Policlinico MultiMedica di Milano e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Ancona. Il primo in Italia a praticare l’artroscopia del polso, all’avanguardia nell’insegnamento tecnico, tiene corsi a Verona, Barcellona e Strasburgo per la European Wrist Arthroscopy Society (EWAS), di cui è stato presidente. “Sulla chirurgia della mano abbiamo una realtà d’eccellenza esportata a livello europeo” ci ha spiegato. All’attivo ha una ricca bibliografia scientifica, dal testo di riferimento “Artroscopia di polso” (Mattioli 1885) scritto con A. Atzei, all’unico “Trattato di chirurgia della mano” (S.I.C.M.) edito in Italia, di cui è coautore. Il dott. Luchetti è responsabile di branca di Ortopedia presso il Poliambulatorio Valturio, dove visita il sabato mattina e martedì pomeriggio. L’abbiamo incontrato.
Di quali patologie si occupa?
«Sono specializzato nella chirurgia della mano, per cui mi occupo principalmente di quelle patologie reumatiche, degenerative, di origine traumatica e malformative, in cui trovano applicazione le moderne tecniche di artroscopia, chirurgia e microchirurgia. Ma mi occupo naturalmente anche di tutto ciò che riguarda l’arto superiore, e attraverso la visita clinica posso indirizzare il paziente alla migliore soluzione di tipo chirurgico o conservativo.»
Quali sono le più frequenti?
«Le patologie della mano e del polso sono innumerevoli, e non legate al solo utilizzo usurante durante pratiche lavorative pesanti e ripetitive. Il più delle volte i pazienti chiedono una verifica diagnostica da parte di uno specialista per l'identificazione di un corretto trattamento. La mano è una parte del corpo importante e complessa. La chirurgia della mano si occupa delle malattie acquisite, come cisti o la sindrome del tunnel carpale, molto frequente e con molteplici eziologie, della traumatologia e delle malformazioni. Queste, quasi sempre perinatali, sono le più difficili da trattare, e chiedono centri specializzati nella cura dei piccoli pazienti, come quello di Milano con cui collaboro. Le fratture, fino a qualche anno fa, venivano immobilizzate mediante gesso, senza o con sufficiente riduzione corretta e la cura delle lesioni associate. Adesso il progresso nelle tecniche può dare risposte ottimali, con un migliore e più precoce recupero della funzionalità. Si può “guardare dentro” l’arto con l’artroscopia, la microchirurgia consente di applicare sottilissime placche con piccole incisioni. Nel tempo, si è allargata l’indicazione chirurgica, perché abbiamo la possibilità di compiere interventi mirati che ci permettono di ridurre lo stress operatorio e i problemi per tendini e vasi. Le fratture da incidenti sul lavoro sono le più complesse e massive, con esito chirurgico, spesso con lesioni di tendini da taglio, o schiacciamento che coinvolge tutti i tessuti, che possono anche andare in necrosi.»
Chi viene a farsi visitare?
«Da me i pazienti vengono in seconda battuta, quando già hanno avuto una lesione e sono stati già trattati in medicina d’urgenza, per indagare su complicanze insorte, come infezioni e consolidamenti ossei che non sono avvenuti, o perché non sono stati informati bene. Presso il Poliambulatorio Valturio io visito per orientare il paziente alla sede più idonea in cui continuare il trattamento, per valutare la necessità di un’operazione - nelle case di cura provviste delle adeguate attrezzature - e ne seguo la riabilitazione postoperatoria.»
Quanto è importante la riabilitazione funzionale dopo un intervento alla mano?
«La chirurgia della mano è una disciplina complessa e multifattoriale; il chirurgo segue la mano dal punto di vista della traumatologia ed ortopedia, microchirurgia, chirurgia vascolare, neurochirurgia, chirurgia plastica e reumatologica. E dopo l’intervento chirurgico è fondamentale una riabilitazione specifica con personale altamente qualificato, per ritrovare la funzionalità dell’arto. Il terapista della mano deve saper trattare il paziente dopo l’operazione ed essere in grado di dirmi se qualcosa non va. Io sono in contatto costante col fisioterapista, che istruisco io stesso. E’ un lavoro molto particolare, e delicato, che ha bisogno di un aggiornamento costante. Il team vincente è quello composto dal chirurgo con il suo riabilitatore, in feedback continuo. La riabilitazione può, in caso di pazienti anziani o debilitati, creare un giusto equilibrio funzionale senza dover arrivare all’intervento chirurgico risolutore. Qui al Poliambulatorio ho i miei riabilitatori, Matteo Ficini e Annalisa Sama, in grado anche di preparare il “tutore” su misura per ognuno, in vista di un ottimale recupero funzionale dell’arto.»
Lei è stato il primo a praticare l’artroscopia del polso in Italia
«L'artroscopia del polso e delle piccole articolazioni è stata proposta per la prima volta da Chen nel 1979. In Italia abbiamo cominciata ad usarla a San Marino, applicando quella che era una tecnica per l’esplorazione delle grosse articolazioni alla chirurgia della mano. La prima importante presentazione sull’argomento è stata al Congresso Nazionale di Chirurgia della Mano di Roma del 1999. È una tecnica che si è diffusa rapidamente, in quanto la visione diretta non lascia dubbi diagnostici. Il polso è piccolo e tutti gli esami di diagnostica per immagini usati per indagarlo, dall’ecografia alla risonanza, lasciano fuori qualche aspetto; ad esempio, l’ecografia vede solo i tessuti molli, la radiografia l’osso, vanno associate per definire la patologia. L’artroscopia permette di vedere direttamente l’interno dell’articolazione e fornisce elementi su come intervenire, e di intervenire con il minor danno possibile.»
Come si svolge l’esame?
«Tutti i polsi dolorosi, sia acuti che cronici, dovrebbero passare prima attraverso un'attento iter clinico e radiodiagnostico L’artroscopia è un intervento chirurgico ma la tecnica è mininvasiva. Quella diagnostica viene fatta ambulatorialmente, con un’anestesia di plesso, e consente un pronto recupero. Le operazioni fatte in artroscopia richiedono un recupero funzionale simile a quello delle altre operazioni chirurgiche.»
Quali sono le buone pratiche per proteggere le articolazioni?
«Bisogna stare attenti a come si usa la mano: una continua vibrazione causata da strumenti di lavoro può essere dannosa, in ambito sportivo occorre pensare a un’attività costante, dolce, senza microtraumi ripetuti. Occorre usare la mano senza “massacrarla” con attività violente che distruggono i tendini, curare bene le patologie generali, come il diabete, che possono arrecare danni alle articolazioni.»
Quanto è importante il consiglio dello specialista?
«Il consiglio che dò è accettare la diagnosi dell’urgenza del Pronto Soccorso, ma consultare uno specialista quanto prima, per avere una conferma del trattamento che garantisca al paziente che la direzione in cui si sta andando è quella giusta. Se necessario è meglio correggere subito il tiro, se si comincia a lavorare nella riabilitazione in modo sbagliato si amplificano i danni: prima si interviene correttamente prima e meglio si recupera.»
CHIROPRATICA: QUANDO IL PAZIENTE E' IN OTTIME MANI
Intervista al Dott. Mariani John
Lavorare sulle vertebre senza farmaci e chirurgia
di Lorella Barlaam
Il Doctor of Chiropractic John Mariani si è laureato nell’86 in Chiropratica presso il Palmer College of Chiropractic in Davenport, Iowa (USA). E’ Certified Chiropractic Sport physician e come tale ha seguito la squadra nazionale italiana di sci nautico e di canottaggio. Dal 1988 opera in Italia, dove i chiropratici riconosciuti dall’Associazione Italiana Chiropratici sono circa 200; il dott. Mariani, l’unico a Rimini, visita presso il Poliambulatorio Valturio. “Quando avevo 17 anni sono stato curato da un chiropratico perché soffrivo di una leggera scoliosi” ci ha raccontato. “L’incontro con questa pratica mi ha affascinato: è una tecnica che uso su me stesso e su tutta la mia famiglia, con la stessa fiducia con cui la applico ai miei pazienti.”
Dott. Mariani: chiropratica o chiroprassi?
«Entrambe le definizioni possono andar bene: l’etimologia è dal greco cheir mano e praxis azione. E’ una metodica basata per il 90% sull’aggiustamento manuale delle vertebre, senza l’uso di farmaci o operazioni chirurgiche. Un problema a livello del complesso vertebrale può infatti compromettere l’equilibrio neuro-fisiologico dell’organismo ed essere causa di patologie. L’equilibrio della persona è legato all’armonia di tre aspetti, in cui la colonna vertebrale fa parte della struttura, che influisce sulla parte biochimica dell’organismo, e la parte psichica a sua volta influenza il sistema. La chiropratica è un sistema di cura “olistico”, che non cura la singola patologia ma cerca di aiutare la persona a ripristinare l’armonia tra le parti. Fattori negativi come stress mentali o fisici, traumi, mancanza di movimento, varie patologie possono indebolire la struttura: ma una volta messa a posto se la psiche non collabora con pensieri positivi il corpo resta sofferente.»
Come funziona?
«Noi trattiamo la colonna vertebrale, estensione del sistema nervoso centrale, attraverso la chiropratica. Con l’aggiustamento manuale cerchiamo di rimettere in asse la colonna e di correggere in particolare le sublussazioni delle vertebre, “spostamenti” che comprimono il nervo, creando dolore e una disfunzione nella trasmissione dei segnali che a sua volta altera l’equilibrio muscolare e biochimico della parte innervata. Con questi aggiustamenti non ci limitiamo a cancellare il sintomo doloroso, ma lo leggiamo come un segno che rivela la vera origine del problema. Cerchiamo anche di correggere la postura delle persone, per restituire forza e armonia alla muscolatura della schiena.»
Quali patologie cura?
«La Chiropratica è un metodo utile nelle patologie collegate con la colonna vertebrale e il sistema nervoso, dalle coliche gassose dei bambini all’osteoartrosi degli anziani. Può essere utile per le scoliosi, per problemi neurovegetativi come il mal di stomaco o nausea quando può essere collegato a una sublussazione vertebrale. E spesso è risolutiva nelle cervicalgie, brachialgie, lombalgie, sciatalgie, mal di testa, in tutto quello che coinvolge una compressione o irritazione del nervo.»
Come si svolge una visita dal chiropratico?
«Anzitutto cerchiamo di identificare il perché della comparsa del sintomo raccogliendo informazioni sul paziente, dagli interventi chirurgici alle malattie, ai traumi psichici (anamnesi). Valutiamo gli esami diagnostici come radiografie, risonanza magnetica, Tac, ecografie effettuate sull’apparato muscolo-scheletrico del paziente e controlliamo l’atteggiamento posturale e della colonna vertebrale, attraverso la “palpazione dinamica”, la kinesiologia applicata e test appositi. Poi agiamo sul sistema neuro-muscolo-scheletrico, con l’obiettivo di ridare salute alla colonna vertebrale eliminando la tensione dai nervi, dai legamenti e dai muscoli. Individuiamo le sublussazioni vertebrali e correggiamo la postura attraverso gli aggiustamenti, tecniche manuali che vanno dallo sfioramento alla pressione più o meno accentuata “su misura” del paziente, eseguite su specifici punti della colonna vertebrale. E’ la nostra tecnica che si adatta al paziente e non viceversa.»
E’ una pratica dolorosa?
«Assolutamente no. All’inizio, soprattutto nel corso delle prime visite, il paziente può avvertire come inquietante lo scrocchio delle articolazioni quando vengono rimesse a posto durante l’aggiustamento, ma una volta corretto il problema si accorgono subito di star meglio.»
Qual è l’età media dei pazienti?
«Al chiropratico possono ricorrere persone di ogni età, dai neonati alle persone anziane: è un metodo di cura naturale controindicato solo in presenza di fratture o tumori ossei. L’età media dei miei pazienti, qui a Rimini, è sul 40/50 anni, quando cominciano a farsi sentire i problemi legati all’invecchiamento e a stili di vita non sempre corretti.»
Quante sedute sono necessarie per guarire?
«E’ un dato che varia da paziente a paziente. Per i bambini possono bastare due sedute, per chi ha problemi cronici bisogna pensare a 10 sedute circa. Dopo le prime tre sedute comincia ad essere visibile il miglioramento, se non è così non si è ancora arrivati al vero problema, si sta solo toccando il sintomo. Una volta che il paziente sta bene basta una seduta di mantenimento ogni tre o quattro mesi.»
Il consiglio del chiropratico?
«Ascoltare il proprio corpo: è meglio prevenire che curare. Troppo spesso da noi il paziente arriva quando sta già male: noi cerchiamo di fargli capire come funziona il corpo, e come non peggiorare la situazione anche applicando uno stile di vita corretto, cominciando dall’alimentazione. Il corpo è una macchina che ha bisogno della giusta benzina, se maltrattato comincia a cedere, e quando vengono fuori i sintomi è difficile togliere il danno. E poi bisogna fare attività fisica: il corpo ha più di 500 muscoli, che hanno bisogno del movimento. La cosa più dannosa è comunque lo stress mentale: se le persone pensano positivamente stanno bene, anche se svolgono un lavoro costoso in termini di sforzo fisico. La mente è il fattore più importante, quello che ci porta a stare bene o stare male. Tutti gli impulsi nervosi infatti partono dal cervello e proseguono attraverso la colonna vertebrale per arrivare alla loro destinazione, che sia un muscolo o un organo. Ogni interferenza nella trasmissione dell’impulso può creare un disturbo.»
QUANDO LE OSSA NON CE LA FANNO PIU'
Intervista al Dott. Tarroni Andrea
La dott.ssa Maria Cristina Focherini e il dott. Andrea Tarroni, UOC di Medicina Interna e Reumatologia presso l’ospedale Infermi di Rimini, in intramoenia allargata visitano presso il Poliambulatorio Valturio. Con loro facciamo il punto su una malattia sempre più diffusa, l’osteoporosi, e su uno degli esami più usati per diagnosticarla: la densitometria ossea.
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 22 aprile 2009.
Dott. Tarroni, che cosa si intende per osteoporosi? Quali sono le conseguenze?
«L’Osteoporosi è una malattia del tessuto osseo che determina una fragilità scheletrica e una minore resistenza delle ossa ai traumi anche di poco conto, con fratture a volte spontanee.
L’osso, come tutti i tessuti e gli organi, invecchia, per cui con il passare degli anni la massa ossea si riduce in maniera naturale. Questo impoverimento strutturale è legato ai continui processi di distruzione (ad opera di cellule chiamate osteoclasti) e di ricostruzione (ad opera di cellule chiamate osteoblasti) che governano alternativamente il tessuto osseo. Durante la pubertà i processi di costruzione e di riassorbimento del tessuto osseo si equivalgono, ma dalla quarta decade di vita i fenomeni distruttivi prevalgono su quelli ricostruttivi.
Avere l’osteoporosi significa che la perdita di sostanza ossea giunge a livelli tali da facilitare il cedimento della struttura ossea in un qualsiasi distretto scheletrico, con rischio di fratture anche durante banali attività, principalmente a livello delle vertebre, del femore, del radio e ulna, dell’omero e del bacino.”
Che incidenza ha l’osteoporosi?
«L’Osteoporosi è una malattia in crescita legata anche al progressivo invecchiamento della popolazione. In Italia una donna su tre e un uomo su dieci dopo i cinquant’anni soffre di osteoporosi. Il numero delle fratture di femore è in netta crescita negli ultimi anni, con un impatto clinico in termini di disabilità e perdita di autonomia ed economico di grande proporzione.»
Dott. Tarroni: «Il calcio è necessario per una buona crescita scheletrica e per il mantenimento di un’adeguata massa ossea. L’assunzione di giuste quantità di calcio nella dieta è importante per prevenire la perdita di massa ossea in particolare in età avanzata. Il fabbisogno giornaliero di una donna in menopausa e di un individuo adulto anziano varia da
Le fonti sono i prodotti caseari ed alcune acque minerali ricche in calcio. Una tazza di latte o di yogurt o una fetta spessa di formaggio ne contengono circa 200-300 mg.»
Dott. Tarroni: «Lo scopo della terapia è la riduzione delle fratture, e i farmaci ad oggi disponibili hanno una provata efficacia antifratturativa. E’ importante ricordare che la terapia deve essere sempre preceduta e associata alle eliminazione dei fattori di rischio come il fumo, l’inadeguato apporto di calcio e la ipovitaminosi D. L’inadeguato apporto di vitamina D compromette l’efficacia dei farmaci per l’osteoporosi, in particolare i Bisfosfonati. Prima di iniziare una terapia, che in genere richiede lunghi tempi di assunzione, è necessario un corretto inquadramento clinico e una valutazione del rischio fratturativo futuro del paziente che prevede alcuni dati anamnestici (età, fumo, basso peso corporeo, precedenti fratture da fragilità ossea, artrite reumatoide, terapia cortisonica, famigliarità per fratture di femore materna) e un esame densitometrico da eseguire su rachide e femore.»
Dott. Tarroni, cos’è la densitometria ossea?
«La mineralometria ossea computerizzata (o densitometria ossea) è l’esame strumentale più specifico ai fini diagnostici per quantificare con esattezza la perdita di massa ossea e valutare nel tempo l’efficacia della terapia.
L’esame è sicuro, indolore (paragonabile ad una normale radiografia), dura pochi minuti e comporta una irrilevante esposizione radiante per i pazienti.
La densitometria ossea non va prescritta a tutte le donne in premenopausa o menopausa, ma va presa in considerazione in tutti i pazienti che presentino fattori di rischio per osteoporosi.
Le linee guida consigliano di eseguire tale indagine almeno una volta nella vita al disopra dei 65 anni di età e in tutti i soggetti con almeno un fattore di rischio. I valori di densità minerale ossea (BMD) vanno sempre integrati con i fattori di rischio per osteoporosi e fratture ai fini di prescrivere una terapia. Nei pazienti in terapia per valutare l’effetto dei farmaci sulla massa ossea l’esame va ripetuto non prima di 18-24 mesi, per rilevare variazioni della densità ossea significative.»
QUANDO LE OSSA NON CE LA FANNO PIU'
Intervista alla Dott.ssa Focherini Maria Cristina
La dott.ssa Maria Cristina Focherini e il dott. Andrea Tarroni, UOC di Medicina Interna e Reumatologia presso l’ospedale Infermi di Rimini, in intramoenia allargata visitano presso il Poliambulatorio Valturio. Con loro facciamo il punto su una malattia sempre più diffusa, l’osteoporosi, e su uno degli esami più usati per diagnosticarla: la densitometria ossea.
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 22 aprile 2009.
Dott. ssa Focherini, qual è l’incidenza per sesso e fasce d’età?
«Per l’osteoporosi più che di ereditarietà parliamo di familiarità, diciamo che può essere un fattore di rischio da considerare ad esempio aver avuto una madre con frattura del femore in giovane età.
C’è maggiore incidenza nelle donne in quanto l’osso maschile è un po’ più resistente, ma ne sta crescendo l’incidenza anche negli uomini. Nella donna per il 70/80% è osteoporosi primaria, postmenopausale, nell’uomo prevalgono le cause secondarie.
Nelle donne, con l’esaurimento dell’ovaio viene meno l’azione degli estrogeni a livello del tessuto osseo, che è vivo e si rinnova continuamente. Diminuendo gli estrogeni, c’è maggior perdita di tessuto, il riassorbimento prevale sulla costruzione, c’è un alto turnover, con una perdita di densità dal 2 al 5 per cento, nei primi due anni dalla menopausa soprattutto. Nell’osteoporosi senile il turnover è più bilanciato, sostanzialmente si riduce l’attività osteoformativa, con minor capacità riparativa dell’osso.»
Come ci si accorge di avere l’osteoporosi? Cosa fare per prevenirla?
«E’ una malattia asintomatica, esordisce col dolore da frattura. Ma, anche se l’osteoporosi è primaria, attraverso stili di vita corretti, come un’alimentazione congrua ricca di vitamina D e calcio, una regolare attività fisica - importante per l’azione biomeccanica sull’osso - e l’esposizione al sole per avere un livello adeguato di vitamina D, se ne può ritardare la comparsa o almeno alleviarne la portata. Noi siamo fortunati, abbiamo il mare, possiamo passeggiare sulla riva. Esposizione non significa abbronzatura, e può essere effettuata nelle ore più fresche della giornata. Ma soprattutto è importante un’alimentazione ricca di latticini, senza demonizzarli a causa del colesterolo: basterebbero 2 yogurt al giorno, una tazza di latte.»
E la terapia, dott. ssa Focherini?
«Non tutte le osteoporosi sono uguali. In base alla valutazione del soggetto si preparano percorsi mirati di terapia: integrazione di calcio e vitamina D, attività fisica, utilizzo di farmaci antiriassorbitivi con azione inibitoria sugli osteoclasti o osteoformativi stimolatori degli osteoblasti o farmaci dual action bone con azione soppressiva sugli osteoclasti e di stimolazione sugli osteoblasti.
Dott.ssa Focherini: «L’osteoporosi va considerata con un approccio a 360 gradi, e chi ne soffre va seguito nel tempo, perchè le terapie sono lunghe - come minimo 4/5 anni – e ci vuole motivazione per seguirle. Per evitare l’abbandono della terapia è importante il rapporto tra medico e paziente, con consigli e suggerimenti terapeutici.»
ANCHE I LINFOCITI POSSONO SBAGLIARE
Intervista al Prof. Angelo Corvetta, internista e reumatologo
Cosa sono e come si curano le malattie autoimmuni
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città 8 aprile 2009.
Il professor Angelo Corvetta, direttore dell’U.O. di Medicina interna e Reumatologia dell’Ospedale Infermi di Rimini, visita anche presso il Centro Valturio in intramoenia allargata. L’abbiamo incontrato per fare il punto sulle malattie così dette “autoimmuni”, per saperne di più quindi su allergie e malattie reumatiche e sfatare alcuni luoghi comuni.
Professor Corvetta, lei è specialista in Allergologia e Reumatologia. Cos’hanno in comune?
«L’elemento che accomuna le due discipline è l’Immunologia, che studia funzionamento e patologia del sistema immunitario. I “sistemi” corporei (come quello cardiovascolare) sono formati da organi ben definiti; il sistema immunitario, che ci deve difendere da agenti nocivi provenienti dall’esterno, è fatto di cellule, i linfociti del sangue, che nei confronti degli agenti esogeni incontrati (germi, batteri) innescano una reazione, detta immunitaria, per neutralizzarli.»
Cosa succede invece nelle malattie reumatiche e nelle allergie?
«Nel caso delle malattie reumatiche autoimmuni il linfocita “si sbaglia” e attacca qualcosa di nostro, innescando un meccanismo di autoimmunoflogosi, cioè di infiammazione autoimmune. Così l’infiammazione, da meccanismo di difesa mirato all’espulsione dell’intruso, assume carattere cronico e recidivante perchè aggredisce antigeni dei nostri tessuti. Quello che avviene è un errore “qualitativo”. Nel caso delle allergie c’è invece un errore di tipo “quantitativo”, l’amplificazione enorme della reazione dell’apparato immunitario verso un allergene. Tutti respiriamo pollini e produciamo gli anticorpi detti IgE. Ma gli allergici ne producono tantissimi e il contatto tra gli IgE presenti sulla mucosa e l’allergene inalato scatena i sintomi dell’allergia, dalla rinite all’asma. Alla base di entrambe le malattie dunque abbiamo un funzionamento difettoso del sistema immunitario.»
Perché avviene questo “errore”?
«Per una serie di ragioni, genetiche e ambientali. C’è una base genetica, cioè una tendenza geneticamente determinata a produrre reazioni autoimmuni e un cofattore ambientale, che nell’allergia è facilmente identificabile (allergene). Più difficile evidenziare le cause ambientali nelle malattie reumatiche.»
Dove colpisce la malattia reumatica?
«Se è vero che le malattie reumatiche riguardano per lo più l’apparato locomotore (membrana sinoviale, cartilagine, capi ossei articolari, tendini e muscoli) l’infiammazione autoimmune reumatica può colpire qualunque organo e apparato. Ad infiammarsi possono essere anche i tessuti connettivi, che “tengono insieme” le cellule che compongono i nostri organi e apparati, causando le connettiviti, una famiglia di malattie il cui pattern clinico è molto diverso, e la cui clinica dipende dalle singole malattie; il lupus può colpire ogni organo, ci sono poi la dermatopolimiosite e la sclerodermia che colpiscono prevalentemente cute e muscoli, etc.»
Quali sono le cure?
«Nella terapia si possono usare antiinfiammatori come aspirina e derivati come i corticosteroidi, come modo diretto per ridurre l’infiammazione innescata dalla reazione del sistema immunitario. Con l’azione di immunosoppressori si può ridurne l’intensità, mettendo “a riposo” i linfociti. Esiste anche una nuova generazione di farmaci “biologici”, anticorpi monoclonali prodotti in laboratorio che agiscono contro il TNF, che è il fattore che alimenta il ruolo dell’infiammazione. Sono farmaci potenti con effetti collaterali importanti, bisogna valutarne costi e benefici. Occorre soprattutto stabilire una strategia d’intervento, partendo magari dai farmaci di più basso profilo in cui l’effetto terapeutico magari è inferiore, ma c’è meno incidenza di effetti collaterali.»
E per alleviare i sintomi?
«La terapia risolutiva è quella farmacologica, i pazienti possono però giovarsi di strumenti che li facilitino nelle azioni quotidiane, compromesse dalla malattia reumatica, per convivere al meglio con la malattia. A questo si può unire la riabilitazione fisioterapica. Che non ha senso nella fase “calda” della malattia, ma una volta spento l’incendio contribuisce senz’altro alla qualità della vita.»
Da cosa è causata l’allergia?
«Come accennato, le allergie hanno una componente ereditaria: tutti noi respiriamo pollini, ma solo una parte di noi diventa allergica, e in questa selezione c’entra molto la predisposizione genetica. Diverso è il caso degli allergeni cui non siamo esposti tutti in modo analogo, che stimolano una produzione di antiallergeni anche in chi non è predisposto. Se parliamo di allergeni comuni però la genetica ha un ruolo preponderante: in tutte le malattie a base immunologica c’è sempre una predisposizione genetica e cause ambientali scatenanti.»
C’è stato un aggravarsi delle allergie al mondo d’oggi?
«La polluzione atmosferica, ad esempio quella data dalle polveri sottili, non causa direttamente allergia ma un’irritazione che favorisce l’allergia. L’immissione di nuove sostanze nell’ambiente ha moltiplicato il numero delle allergie potenziali, alcuni meccanismi predisponenti l’allergia, come l’irritazione delle mucose si sono aggravati. L’inquinamento ha inoltre un’azione mutagena rispetto agli allergeni, che tendono ad essere più potenti se inalati nella città piuttosto che in campagna.»
Quali sono i sintomi allergici?
«Dai sintomi respiratori come sternuti e difficoltà respiratoria da asma, ai crampi adominali e diarrea nelle allergie alimentari, alle eruzioni cutanee (orticaria e dermatiti da contatto). Fino ad arrivare allo shock anafilattico, una grave caduta della pressione arteriosa causata da una violenta reazione allergica, in soggetti già esposti una volta all’allergene (ad esempio al veleno di api e vespe), che hanno sviluppato una gran quantità di anticorpi: la reazione a una seconda esposizione è sistemica, coinvolge cioè ogni singolo apparato corporeo. Se c’è stata una reazione locale abnorme in occasione di qualche puntura, bisogna cautelarsi imparando ad usare e portando con sé adrenalina autoiniettabile. Esistono a questo riguardo tests diagnostici come le prove allergologiche cutanee o tests di laboratorio come il RAST che consentono di accertare in modo preciso il tipo di allergia che scatenato la sintomatologia del paziente.»
Come si curano le allergie?
«Anzitutto bisognaidentificare l’allergene, poi valutare la gravità della sintomatologia clinica, per stabilire strategia di cura e intensità dei rimedi. Individuatol’allergene si può bonificare l’ambiente, ad esempio evitando l’accumulo di polvere in caso di allergia agli acari. Se la profilassi ambientale non è possibile o si rivela insufficiente, si ricorre agli antistaminici, che riducono l’ampiezza dell’infiammazione, oppure ai corticosteroidi. Un altro modo per attenuare l’allergia è il vaccino. Una volta individuato l’allergene se ne somministrano dosi minimali in via sottocutanea, provocando una risoposta immunologica diversa, con la formazione di anticorpi IgG. Il vaccino non funziona immediatamente, però, la vaccinoterapia dura anni.
Esiste inoltre una nuova terapia con gli anticorpi monoclonali anti IgE, che può rivelarsi risolutiva in pazienti che hanno un’asma allergica refrattaria a tutti i presidi terapeutici: è un’arma che va usata selezionando bene i pazienti e valutandone bene costi e benefici.»
LA BELLEZZA DI STAR BENE
Intervista al Dott. Ermanno Pasini
Una medicina umanistica che parte dalle esigenze dell’individuo
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 25 marzo 2009.
Per vivere bene bisogna sentirsi bene con sé stessi, a qualsiasi età. Un corretto stile di vita può aiutare a mantenere la salute e un aspetto piacevole e armonico. Ma può non bastare. La Medicina Estetica, nata in Francia nel 1973 per intuizione dell’endocrinologo Jean Jacques Legrand, in Italia dal 1975 con la fondazione, ad opera del professor C. A. Bartoletti, della Società Italiana di Medicina Estetica, si occupa di creare e mantenere l’equilibrio psico-fisico dell’individuo sano nel suo aspetto globale. E’ una scienza che, attraverso una ricerca continua si arricchisce di metodiche sempre nuove, ma in cui resta fondamentale la concezione filosofica di un uomo integrale e la capacità d’ascolto del medico. Ne parliamo col dott. Ermanno Pasini, che si occupa di nutrizione e Medicina Estetica presso il Poliambulatorio Valturio.
Raccontiamo il dottor Ermanno Pasini…
«In questi anni ho visitato complessivamente migliaia di persone - molte mandate dai miei colleghi - e ho sempre lavorato in strutture sanitarie accreditate. Io parto dall’approccio umanistico del medico clinico e lo integro con le possibilità terapeutiche offerte dalla tecnologia più avanzata. Pratico la medicina estetica perché ho visto che funziona nel riparare i danni che può produrre la concezione della bellezza diffusa nella nostra società, che mette l’individuo nella necessità di raggiungere uno standard estetico che può creare disagio. La terapia consiste nel trovare un equilibrio: la Medicina Estetica è una medicina del benessere. »
“Estetica” è restituire al corpo quello che ha perso
Quali sono i principi della Medicina Estetica?
«La Medicina Estetica è nata come medicina correttiva, restitutiva e riabilitativa a sfondo sociale, e nella sua storia ormai ventennale si è sempre più caratterizzata come internistica e umanistica, e si presenta oggi come essenzialmente preventiva. E’ una disciplina innovativa che implica in chi la pratica una visione filosofica ed antropologica che si forma in anni di studio. In sintesi, è la medicina classica, accademica applicata al benessere, con prestazioni in continua evoluzione che consentono di migliorare l’aspetto e la percezione di sé del paziente. La Medicina Estetica è “restitutiva”, perché ha come obiettivo il restituire al corpo quello che ha perso e perderà nel corso della vita.
Noi lavoriamo tanto proprio perchè abbiamo attenzione soprattutto per le persone. Le indicazioni vengono modulate e adattate ai problemi del singolo paziente, partendo dalla corretta alimentazione e dall’attività fisica appropriata.
Le terapie, quelle mediche come gli sclerosanti e le tecniche di ringiovanimento di viso e corpo sono orientate ad aumentare equilibrio e autostima. Nel mio team ci sono alcune psicologhe che seguono i pazienti nel percorso terapeutico insegnando loro il riequilibrio psicofisico attraverso corsi di autostima, training autogeno ecc.»
E le tecniche adoperate?
«In base al primo colloquio individuiamo le motivazioni per cui le persone si sono rivolte a noi, dall’atleta che cerca una nutrizione particolare per ottimizzare le sue prestazioni, al paziente che parte da un disagio psicofisico, magari causato da un inestetismo o dall’eccessivo peso corporeo. Cerchiamo di capire se si può ricostruire l’equilibrio affrontando il problema. Se è possibile, continuiamo il percorso terapeutico, altrimenti lo invitiamo a un colloquio con lo psicologo. A volte non fare è meglio che fare.
La Medicina Estetica si avvale degli ultimi ritrovati della cosmetica e di tecniche come mesoterapia, cavitazione, endermologia, linfodrenaggio manuale e meccanico, impianti al viso con botulino e acido ialuronico, ed è un sussidio della dermatologia, in quanto cura gli inestetismi della pelle come angiomi, cheratosi. L’ultima novità è la medicina biologica: sostanze curative tratte dal sangue il cui potere rigenerativo è adesso adottato anche dall’ortopedia. »
L’importanza dell’alimentazione
Come avviene una visita, in concreto?
«Per quanto riguarda i problemi legati alla nutrizione, la prima visita si fa in due incontri, così che nell’intervallo le persone possano riflettere sul percorso proposto. Oltre alla valutazione della massa adiposa e magra, il colloquio preliminare prevede 30 minuti di educazione alimentare più un’ora di visita. L’educazione alimentare è fondamentale: oltre a capire il valore dei vari nutrienti, se correttamente informati è più facile eseguire gli “ordini” del medico, e mantenere i risultati raggiunti. La corretta nutrizione ha a che fare col piacere di mangiare, e col valore culturale della convivialità, che cerchiamo di salvare insegnando ad assaporare. Poi, attraverso un diario nutrizionale tenuto dal paziente, se ne valuta lo stile di vita. Io assisto i miei pazienti nel loro percorso anche psicologicamente: il miglioramento delle condizioni spesso va contro l’istinto, la razionalità chiede di dimagrire, l’istinto si tiene attaccato all’immagine preesistente. Sicuramente io tolgo farmaci: quando c’è una patologia cronica sotto l’elenco dei farmaci prescritti di solito c’è scritto “faccia dieta e cammini” come se fosse l’ultima delle prescrizioni, e non la prima. Nel nostro paese non c’è una cultura di prevenzione dell’obesità: basti pensare che l’attività motoria è fondamentale, e solo il 5% della popolazione in Italia fa attività fisica in maniera continuativa.
Nel percorso anti-aging anzitutto confrontiamo l’età biologica e quella anagrafica, con semplici test per misurare lo stato ossidativo dell’organismo. Se questo è alto si corregge, se possibile attraverso l’alimentazione, altrimenti integrando con antiossidanti ma solo se necessario. Poi c’è la valutazione clinica, e in caso di invecchiamento precoce stabiliamo il percorso per cambiare lo stile di vita, ed eventualmente interveniamo sulle singole problematiche.»
Perché oggi è così importante occuparsi dell’armonia psicofisica?«La ricerca della bellezza come equilibrio psicofisico appartiene da sempre alla storia dell’uomo. Oggi, nel nostro mondo occidentale, nessuno si accontenta della salute intesa solo come assenza di malattia. Il prolungarsi della vita inoltre pone nuove necessità legate alla richiesta di invecchiare in salute ed equilibrio. E per trovare il proprio occorre lavorare sul corpo e sulla psiche. La Medicina Estetica è su misura del singolo paziente: noi non diamo prestazioni né pacchetti ma creiamo “percorsi terapeutici”.»
Chi si rivolge alla medicina estetica chiede…
« …una prescrizione utile per migliorare la qualità della vita relativa alla propria età e per mantenere negli anni una condizione fisica e mentale ottimale. La medicina estetica è medicina del benessere. L’estetica è la molla che fa scattare le persone e le induce a occuparsi correttamente della loro salute. Tra coloro che si rivolgono a noi ci sono tantissime persone in equilibrio, che vogliono vivere bene la loro vita, cavalcano l’invecchiamento e investono su se stesse: e sono la maggioranza dei nostri pazienti.»
LE STAGIONI DELLA DONNA
Intervista al ginecologo Dott. Bruno Moretti
Il percorso medico da seguire per prevenire e curare secondo le età
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città 11 marzo 2009.
«Oggi, con l’aumentare della durata della vita, una donna resta fertile per meno della metà della sua esistenza» ci ha spiegato il dott. Bruno Moretti, ginecologo e ostetrico responsabile di branca del Poliambulatorio Valturio. «Lo status della menopausa si protrae a lungo e va considerato con più attenzione. Un tempo la maggior parte delle donne vedeva coincidere la fine della vita con la fine della fertilità. Adesso la situazione è cambiata. La biologia non va di pari passo con l’anagrafe.» Ci deve essere perciò una attenzione diversificata della donna per la sua salute nelle varie età della vita. E il ginecologo può essere un alleato prezioso.
Tenersi d’occhio fin dall’adolescenza
Dottor Moretti, come prendersi cura di sé durante l’adolescenza?
«Il passaggio dalla pubertà all’adolescenza si compie dai 12 ai 15 anni. L’età della prima mestruazione si è un po’ abbassata ma i confini dell’età fertile, dal menarca alla menopausa, restano gli stessi. Da adolescenti si va dal ginecologo più per preoccupazioni materne che per propria istanza. Siamo chiamati in causa per dolori e irregolarità delle prime mestruazioni, per turbe della crescita e anche per quanto riguarda la contraccezione. A volte sono le ragazzine stesse che avvertono la necessità di informarsi. Al ginecologo spesso tocca impartire una rapida lezione, spiegare quali sono i metodi per evitare gravidanze non volute e sfatare alcuni miti. Una delle resistenze principali alla pillola è la convinzione che faccia ingrassare, ma non è vero. I contraccettivi ormonali locali come l’anello e il cerotto vengono vissuti con meno ansia, forse perché “non si mangiano”. Le ragazze, oggi, nonostante il proliferare di informazioni sulla sessualità veicolate dai diversi media, hanno bisogno prima di un’educazione, che parta della fisiologia della sessualità, poi della contraccezione, poi dell’attenzione alle malattie sessualmente trasmesse: difficilmente un genitore riesce a dare queste informazioni ai figli, è più facile che possa farlo una figura di riferimento come un ginecologo che riesca a creare empatia. Per quanto riguarda il vaccino contro il papillomavirus – gratuito per le ragazze di 12 anni - occorre sgombrare il campo da alcuni fraintendimenti. Il vaccino HPV non è un vaccino per il cancro, ma contro alcune infezioni virali che hanno effetto sullo sviluppo del cancro. Le infezioni da HPV sono solo una delle malattie sessualmente trasmesse: occorre perciò usare ugualmente il preservativo. Il vaccino HPV in uso, inoltre, non copre tutti i ceppi fortemente oncogenici, ci sono altri vaccini a più ampio spettro, e la ricerca è ancora in corso. Fatti questi distinguo, è comunque opportuno che le ragazzine che ne hanno diritto si sottopongano alla vaccinazione.»
Quali controlli per le giovani?
I controlli per la salute della donna giovane?
«I controlli possono essere di routine, o per la diagnosi e terapia dei più frequenti disturbi in età fertile. Occorre effettuare senz’altro i controlli per l’individuazione precoce del tumore al collo dell’utero. Basta poco per tenerlo sotto controllo, con esami che non sono né dolorosi, né costosi né invasivi. Il più attendibile è il pap test, che andrebbe associato a una colposcopia, per risparmiare tempo, fatica e falsi positivi. In occasione del pap test, con cadenza annuale, ci si sottopone a una visita per una più ampia valutazione dell’andamento del ciclo mestruale, per valutare la presenza di cisti e di problemi mammari e, se è in corso una terapia contraccettiva, per approfondire la visita con la richiesta di esami di laboratorio, per valutare come la terapia vada a incidere su altri distretti corporei.
Richiedono una visita i problemi legati a turbe del ciclo mestruale - per cause ovariche o di tipo ipotalamico e ipofisario, correlate a situazioni di disagio esistenziale o legate all’anoressia - e quelli di tipo infiammatorio, come le vaginiti. Sono in crescita anche le problematiche relative alla fertilità, perché si sceglie di avere un figlio sempre più tardi. Se non ci sono problemi particolari, basta un controllo una volta l’anno, ma è importante che la donna abbia consapevolezza del suo corpo, che stia attenta a sintomi come perdite o variazioni del ciclo. La diagnostica strumentale secondo me entra come conferma e verifica della diagnosi clinica effettuata. O come seconda opinione di fronte a problematiche serie. Il clinico deve saper vedere, e avvalersi di consulenze adeguate.»
…e le meno giovani?
Menopausa, istruzioni per l’uso
«La menopausa è preceduta dal climaterio, col progressivo venir meno dell’attività ovarica. Questo passaggio può durare alcuni anni, e si concretizza in turbe del ciclo – come ritardi o modificazioni del flusso – associate a sensazioni spiacevoli come le caldane che vanno a incidere sul sonno e sul metabolismo (aumento del colesterolo e l’accumulo di grasso), con conseguenze sulla vita sessuale e affettiva. In sostanza, con la menopausa l’ovaio ha terminato la sua opera, ma l’ipofisi non lo accetta. Tra ipofisi e ovaio c’è feedback, e l’ipofisi stimola l’ovaio se funziona poco, continuando a produrre gonadotropine. Che sono responsabili delle caldane. Tutto questo sfocia nella definitiva cessazione dell’attività ovarica, con l’ingresso nella menopausa propriamente detta. Ma la fine della fertilità non coincide certo con la fine della vita: l’età media è 50 anni e 4 mesi, con la prospettiva quindi di almeno altri 30 anni.»
Quali patologie sono legate alla menopausa?
«E’ importante continuare a controllarsi: con l’invecchiamento possono svilupparsi patologie tumorali, aumentano i tumori ovarici e la patologia, anche tumorale, della vulva; è opportuno anche continuare regolarmente a sottoporsi a pap test. Nel tempo possono esserci problemi di osteoporosi e della sfera cognitiva. Aumenta anche l’incidenza del tumore alla mammella, e specie per le donne che hanno avuto più figli c’è il rischio di prolasso uterino e di turbe della diuresi. Compare sulla scena il carcinoma dell’endometrio, perché non c’è più il ricambio mensile legato alla mestruazione, e la mucosa può degenerare. Questo tumore si diagnostica con ecografia e isteroscopia.»
Come può essere d’aiuto il ginecologo?
«Personalmente sono favorevole a intervenire con una terapia ormonale sostitutiva, previa valutazione dei pro e dei contro. La terapia va sempre fatta sotto controllo medico, ci sono variabili soggettive e controindicazioni.
Si alleviano così fastidi e problemi: ripristinando la situazione ormonale precedente e puntellando le situazioni più a rischio, l’aumento della durata della vita media va di pari passo con un aumento della qualità della vita stessa. Gli ormoni vengono troppo spesso demonizzati. Il persistere delle mestruazioni dato dalla terapia ormonale sostitutiva è un ottimo antidoto anche al carcinoma dell’endometrio, e riduce dell’80% l’insorgenza di questo tipo di tumori.»
LA GINECOLOGIA: UN'ALLEATA DELLA SALUTE FEMMINILE
Intervista alla ginecologa Dott.ssa Rosati Federica
I controlli per tutte le età
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 25 febbraio 2009.
Federica Rosati, giovane e motivata ginecologa che visita presso il Centro ci ha spiegato quali sono i controlli necessari per la salute della donna e come la diagnostica per immagini possa essere d’ausilio in ginecologia.
Le buone pratiche della salute della donna…
«…cominciano da una corretta educazione sessuale nell’età adolescenziale che spieghi le regole di una valida contraccezione e di una adeguata prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, illustrando infine la necessità di eseguire la prevenzione del tumore del collo dell’utero tramite il pap test»
Cos’è il Pap Test?
«E’ lo studio delle cellule della cervice uterina, che permette di individuare precocemente le loro alterazioni collegate ai tumori del collo dell’utero. Il pap test non è sostituibile né da una visita né da un’ecografia e va fatto ogni 3 anni, dai 25 ai 60 anni circa, salvo diverse indicazioni. Attualmente al Pap test si può associare l’HPV Test, che ricerca specifiche forme di papillomavirus collegate a precisi tipi di tumore della cervice e ci permette di avere una condotta clinica precisa e più accurata, anche se è importante sottolineare che non tutti i tipi di HPV determinano il tumore.»
Quali controlli per le diverse fasce d’età?
«In età fertile è opportuno effettuare una visita ginecologica di controllo qualora si verifichino delle alterazioni del ritmo, della quantità e del dolore del regolare ciclo mestruale, che possono nascondere patologie uterine o ovariche. In età più anziana è importante farsi controllare se ci sono sanguinamenti genitali in menopausa. Per completare l’indagine è sempre raccomandato associare alla visita un’ecografia pelvica, possibilmente transvaginale. E’ un esame indolore, privo di effetti collaterali, che permette di visualizzare utero e ovaie in maniera diretta e di diagnosticare fibromi e polipi, che si manifestano con sanguinamenti genitali e aumento del flusso mestruale o patologie ovariche come l’endometriosi, molto frequente nelle giovani donne»
Le opportunità diagnostiche dell’ecografia 3D e 4D
«L’esame va sempre cominciato con la tecnica 2D, che permette di formulare la diagnosi di patologia. Possiamo poi definire i dettagli e le caratteristiche morfologiche della patologia stessa con l’ausilio del 3D/4D, che rappresenta un punto di forza nella diagnostica della patologia ovarica, dal momento che rivela particolari morfologici e vascolari non visibili al 2D, che possono orientare verso un trattamento più mirato della patologia stessa. Relativamente alla capacità riproduttiva è importante segnalare come il 3D/4D risulti estremamente accurato per lo studio delle malformazioni uterine e migliori la valutazione della pervietà tubarica, attraverso la isterosonosalpingografia, uno dei primi esami che si esegue se c’è difficoltà a concepire. In conclusione possiamo definire l’ecografia 3D/4D un’indagine di II livello per approfondire la maggior parte delle patologie dell’apparato genitale femminile»
NUOVE FRONTIERE CON LE ECOGRAFIE A TRE E QUATTRO DIMENSIONI
Intervista alla ginecologa Dott.ssa Michela Ceccarini
Il bambino che verrà lo vedo di già
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 25 febbraio 2009.
La dottoressa Michela Ceccarini, ginecologa e ostetrica, segue le sue pazienti con la sensibilità e l’attenzione di una donna e l’abilità di un’ecografista esperta e aggiornata, per una gravidanza psicologicamente serena e controllata il più possibile per quanto riguarda la diagnosi prenatale di patologie. L’abbiamo intervistata sulle sempre nuove possibilità che la diagnostica strumentale a ultrasuoni offre alle gestanti: l’ecografia 3D e 4D real time.
Dott.ssa Ceccarini, ci spiega queste metodiche?
«L’ecografia bidimensionale indaga la morfologia del feto, gli ausili 3D e 4D completano l’esame. L’ecografia 3D studia un’immagine tridimensionale delle strutture corporee, ricostruite e visualizzate attraverso l’analisi computerizzata delle scansioni bidimensionali. I software ecografici più recenti come il 4D, negli ecografi di ultima generazione come il VOLUSON GE che abbiamo qui in ambulatorio, danno la possibilità di rappresentare con immagini i movimenti del feto in tempo reale.
Sicuramente danno rassicurazione psicologica: vedere il volto del bambino lo fa diventare “vero” per i genitori. In più possiamo studiare patologie del volto, come la labioschisi, la labiopalatoschisi, i dismorfismi del volto e malformazioni come il piede torto, ad elevato impatto sui genitori. L’ecografia 4D ha inoltre un valore prognostico: vedi il problema, ne prendi atto e puoi affrontarlo. »
Cos’è un’ecografia morfologica di II livello?
«L’ecografia morfologica di II livello del quinto mese, durante la quale si esegue l’ecocardiografia fetale e ci si può avvalere dei software 3D e 4D, referta dettagliatamente il cervello, il volto, il cuore del feto e diagnostica il 90% delle malformazioni presenti. Dura circa un’ora e viene completata con l’eco doppler delle arterie uterine, uno screening importante delle patologie materno fetali come la pre-eclampsia, che comporta problemi di accrescimento fetale e per la madre ipertensione arteriosa, problemi epatici e nefrologici. E’ un approfondimento che dovrebbero fare tutte le gestanti, dalla giovane alla quarantenne. »
Quante ecografie sono necessarie durante una gravidanza?
«Le ecografie devono seguire un preciso calendario, legato alle fasi di sviluppo del feto. La prima nel primo trimestre, per datare il concepimento e valutare se la gravidanza è iniziata correttamente. Alla fine del terzo mese, attraverso un’ecografia “genetica” che misura lo spessore della plica nucale del feto e il così detto Bitest si fa screening ecografico e biochimico per la sindrome di Down, tenendo conto, anche nel risultato, dell’età materna. E’ un calcolo probabilistico del rischio individuale di questa sindrome. L’ecografia “morfologica” viene effettuata alla 20/21sima settimana, l’ideale è quella di secondo livello, accurata, col tempo che ci vuole e l’ausilio del tridimensionale. L’ultima ecografia, alla 30/34sima settimana serve come controllo della crescita e della morfologia per l’epoca del feto.»
Come si forma un bravo ecografista?
«Per fare ecografie di II livello e tridimensionali ci vuole una formazione nella specialità eccellente, un training specifico, con migliaia di casi osservati, e un aggiornamento continuo sulle patologie e su come usare macchine e software, in sinergia tra ingegneria clinica e medicina.»
COME TENERE D'OCCHIO LE VENE
Intervista al Dott. Giuseppe Bianchini
Ecco cos’è l’eco-color-doppler cardiovascolare e chi lo deve fare
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città 11 febbraio 2009.
L'indagine eco-color-doppler è una metodica specialistica non invasiva per valutare lo stato dei vasi sanguigni. Ne parliamo col dott. Giuseppe Bianchini, responsabile dell’unità funzionale diagnostica vascolare ed ecocolordoppler del Poliambulatorio Valturio.
Dott. Bianchini, partiamo dal sistema cardiovascolare?
«Le malattie cardiovascolari sono quelle che hanno maggiore incidenza sulla popolazione adulta-anziana in tutta Italia. Il cuore è il “motore” del sistema circolatorio: da esso “partono” i vasi principali che irrorano l’organismo: l’aorta e da essa, tra le altre, le arterie carotidi che irrorano il cervello, e le femorali che apportano flusso agli arti inferiori. L’ecodoppler, esame non invasivo e facilmente eseguibile, studia tutto questo sistema e mostra se il funzionamento è fisiologico o se è presente qualche patologia steno-ostruttiva. La diagnostica per ultrasuoni ha un ruolo fondamentale nell’accertare le patologie circolatorie e si avvale di metodiche avanzate con strumentazioni sempre più sofisticate. Per questo è opportuno rivolgersi a medici specializzati, competenti, esperti e con continuo aggiornamento.»
Quali esami di diagnostica cardiovascolare esegue al Poliambulatorio?
«L’Eco-color doppler dei vasi carotideo e vertebrale, quello arterioso e venoso degli arti inferiori e superiori, ecografia e doppler dei grossi vasi addominali (aorta, arterie renali, iliache,femorali). Sono accertamenti da fare su indirizzo del medico curante o dello specialista: se si evidenzia una patologia vascolare si può instaurare una specifica terapia farmacologica o, se necessario, proseguire gli accertamenti in maniera invasiva, ad esempio con angiografia»
Cos’è la metodica color doppler?
«L’ecografia studia le lesioni all’interno dei vasi, il Doppler dà informazioni sul movimento dei fluidi all’interno degli stessi. Il color Doppler è un ulteriore affinamento della metodica e permette di vedere in modo diretto ed in tempo reale il flusso, codificandolo a colori. In sintesi, danno una valutazione non invasiva di vene e arterie, suggerendo le migliori soluzioni terapeutiche mediche o chirurgiche»
Perché farla?
«E’ una diagnostica facilmente eseguibile e non cruenta, consigliabile come indagine preventiva. Va sempre correlata con una buona visita clinica e con la definizione dei noti fattori di rischio cardiovascolare (dislipidemie, diabete, fumo, sedentarietà). Si possono evidenziare alterazioni vascolari quali aneurismi (specie ai vasi arteriosi addominali) o placche aterosclerotiche che restringono o ostruiscono i vasi esplorati. L’eco color doppler poi, nel follow up, valuta l’evoluzione delle lesioni eventualmente riscontrate.»
Chi deve farla?
«E’ una indagine che dovrebbero fare, dopo 40-50 anni, i soggetti che hanno una familiarità per patologie cardiovascolari, oltre ai predetti fattori di rischio. Contribuendo alla modificazione dello stile di vita con un adeguato monitoraggio delle lesioni, se individuate. Spesso disturbi come vertigini, alterazioni fugaci della vista, parestesie, senso di freddo e gonfiore agli arti, possono essere il segno di problematiche circolatorie che specie in età avanzata, meritano un approfondimento.»
ECOGRAFIA, UN VIAGGIO ALL' INTERNO DEL CORPO
Il Dott. Giuseppe Madia: un esame senza controindicazioni
Poliambulatorio Valturio all’avanguardia nella diagnostica per immagini
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città 11 febbraio 2009.
La diagnostica per immagini comprende le tecniche che permettono di visualizzare ed esplorare “dall’esterno” le strutture corporee, come la radiologia tradizionale, l’ecografia, la tac, la risonanza magnetica e costituisce un ausilio prezioso per il medico clinico. L’ecografia e la radiologia sono i primi esami da considerare, come ci spiega il dott. Giuseppe Madìa, referente del servizio presso il Poliambulatorio Valturio.
Cos’è l’ecografia?
«L’ecografia è un mezzo diagnostico che utilizza onde sonore con frequenza elevata, non percettibili all’orecchio umano e senza effetto biologico, per cui non ha controindicazioni. La sonda che viene appoggiata sul corpo emette ultrasuoni che vengono riflessi dai vari organi interni in modo diverso, e sono poi ricevuti dalla sonda stessa ed elaborati dal computer dell’ecografo, fornendo un’immagine delle strutture esaminate. E’ una tecnica che risale ai primi anni ’70 e che ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo tecnologico vertiginoso.»
A cosa serve?
«L’ecografia è un viaggio all’interno del corpo, che permette di valutarne quasi tutti gli organi. Una normale ecografia addominale studia gli organi interni, dal fegato al pancreas, dall’intestino alla milza, dai reni alla vescica, prostata, utero e ovaie, linfonodi. L’unica limitazione è la presenza d’aria o l’eccessiva obesità del paziente. Esiste anche la possibilità di usare l’esame ecografico per il collo ed i problemi muscolo-tendinei, per individuare lesioni. Un’ecografia è consigliabile per individuare quasi ogni patologia addominale; è il primo esame di screening e spesso è risolutivo.»
Quanto conta il medico, e quanto la strumentazione?
«Ecografisti non ci si improvvisa: bisogna aver visto migliaia di casi diversi per essere affidabili. L’ecografia non è una metodica facile, immediata, e necessita di un’esperienza di anni in ospedale, con una casistica ampia e la possibilità di avere il riscontro della diagnosi effettuata, per imparare anche dall’errore. ci deve essere sinergia tra professionista e tecnologia a disposizione, che deve essere la più avanzata possibile. Qui al Valturio abbiamo un Hitachi Logos HVC, l’ecografo che contiene tutta la tecnologia più aggiornata.»
Ecografia, doppler e color doppler. Quali le applicazioni?
«Nell’ambito di un controllo accurato, oltre all’ecografia che valuta l’organo, è necessario l’utilizzo della modalità doppler per controllare il flusso nei vasi arteriosi e venosi. Ad esempio in caso di ipertensione è fondamentale lo studio color doppler delle arterie renali, oppure, se si riscontra una lesione focale - come un nodulo epatico - lo studio dei vasi della stessa per tipizzarla. Da noi l’esame ecografico comporta l’eco-color-doppler di routine, se necessario. Una scelta dalla parte del paziente e della coscienza del medico, come è nella filosofia del Poliambulatorio.»
Le qualità di un buon ecografista
«Durante l’ecografia il medico oltre ad effettuare l’esame, conduce una visita clinica vera e propria, e parlando con il paziente ne traccia l’anamnesi.
A parte le qualità tecniche, un ecografista deve essere un po’ “psicoecografista” e riuscire a tranquillizzare il paziente, spiegandogli cosa sta facendo e cosa vede. La capacità di rassicurare il paziente può avere di per sé un effetto terapeutico.»
AL CUOR SI CHE SI COMANDA, Intervista DOTT. MARZALONI MARIO
La cardiologia al Poliambulatorio di Rimini
Le patologie cardiovascolari si possono evitare con stili di vita corretti e prevenzione
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 28 gennaio 2009.
Le malattie cardiovascolari sono ad oggi tra le prime cause di morte al mondo. Un’accurata prevenzione, basata su consulenze cliniche e test diagnostici mirati, può evitare gli effetti negativi, sempre se si adottano stili di vita adeguati. Cardini della diagnosi cardiologica sono un’accurata ricostruzione della storia clinica del paziente e della sua famiglia - l’anamnesi – e l’esame obiettivo affidata all’esperienza del cardiologo, integrata da esami di diagnostica strumentale. Mentre usualmente questi diversi momenti sono affidati a specialisti differenti, nel Poliambulatorio Valturio è possibile fare tutti gli accertamenti strumentali e specialistici, e seguire tutto l’iter diagnostico in tempi rapidi. Presso il Centro opera infatti un esperto team di cardiologi, coadiuvato da attrezzature diagnostiche di ultima generazione. Due cardiologi del centro, il dott. Francesco
Dott. Mario Marzaloni, partiamo dall’elettrocardiogramma
«L’elettrocardiogramma (ECG) tradizionale è il tracciato che registra l’attività elettrica del cuore, rilevato attraverso uno specifico strumento(elettrocardiografo) tramite elettrodi applicati in diversi punti del corpo. E’ il metodo meno costoso e più pratico per osservare se l'attività elettrica del cuore è normale oppure presenta patologie di natura meccanica o bioelettrica, come ad esempio l’ingrandimento o una difficoltào sofferenza del cuore. Nelle onde che costituiscono il tracciato è possibile “leggere” le alterazioni cardiache, attraverso una serie di rilevazioni e parametri messi a punto negli anni, che ci aiutano nel giudicare le condizioni del paziente o nel formulare una diagnosi.Questo esame rappresenta il punto di partenza di ogni controllo cardiologico; altri esami spesso vengono decisi sulla scorta di indicazioni che da questo scaturiscono.»
Dottor Marzaloni, cosa si intende per test “da sforzo”?
«Il test da sforzo, o ergometrico, è la registrazione dell’elettrocardiogramma con rilevazione della pressione arteriosa durante uno sforzo fisico continuo e progressivo, condotto in laboratorio secondo protocolli specifici, con l’uso di cyclette o tapis roulant. Nato per la diagnosi delle insufficienze coronariche (cardiopatie ischemiche segnalate spesso da dolori al petto), consente di verificare la risposta dell’apparato cardiocircolatorio all’esercizio fisico, in relazione alla frequenza cardiaca e alla pressione arteriosa. Dura una ventina di minuti.»
Chi deve affrontarlo?
«La scelta dell’esame e la sua interpretazione vanno sempre fatti dallo specialista in rapporto al soggetto. Per i test abbiamo linee guida ormai stabili:il test da sforzoviene applicato come controllo a pazienti già operati – che ad esempio hanno subito un’angioplastica - o per il controllo nel tempo dei cardiopatici cronici. Noi lo proponiamo nell’ambito degli screening di prevenzione a chi ha di base fattori di rischio, colesterolo alto, pressione alta, diabete, o stili di vita errati o malsani. Il test da sforzo permette anche una valutazione della capacità funzionale su un soggetto che voglia fare sport, permettendo di sapere a che livello può esercitarsi senza correre rischi. Ed è, secondo le normative nazionali, di prammatica per chi vuole dedicarsi all’agonismo.»
E l’elettrocardiogramma dinamico (Holter)?
«L’Holter è una registrazione elettrocardiografica continua per 24/48 ore che permette di mettere in correlazione l’ECG con le attività svolte dal soggetto in condizioni di vita normali, per individuare i momenti di stress per il paziente e calibrare al meglio le indicazioni terapeutiche. Consiste nell’applicazione di alcuni elettrodi collegati a un apparecchio di registrazione, che consente di compiere tutte le normali attività. La registrazione viene integrata con l’annotazione da parte del paziente delle attività svolte e dei sintomi riscontrati, così da poterli collegare con le eventuali alterazioni elettrocardiografiche. I dati, trasferiti al computer, vengono valutati dallo specialista.»
Qual è il suo campo d’applicazione?
«L’Holter è fondamentale per la ricerca delle aritmie, cioè delle alterazioni del ritmo cardiaco: ne esistono molte ben poco pericolose mentre altre, poche per fortuna, possono anche portare anche alla morte improvvisa. Viene consigliato come approfondimento, in caso l’ECG mostri alterazioni, in pazienti “a rischio” di incorrere in problemi coronarici e in chi lamenta “palpitazioni”, batticuore o svenimenti.»
AL CUOR SI CHE SI COMANDA, Intervista DOTT. LA VECCHIA FRANCESCO
La cardiologia al Poliambulatorio di Rimini
Le patologie cardiovascolari si possono evitare con stili di vita corretti e prevenzione
di Lorella Barlaam, articolo uscito su Chiamami Città il 28 gennaio 2009.
Le malattie cardiovascolari sono ad oggi tra le prime cause di morte al mondo. Un’accurata prevenzione, basata su consulenze cliniche e test diagnostici mirati, può evitare gli effetti negativi, sempre se si adottano stili di vita adeguati. Cardini della diagnosi cardiologica sono un’accurata ricostruzione della storia clinica del paziente e della sua famiglia - l’anamnesi – e l’esame obiettivo affidata all’esperienza del cardiologo, integrata da esami di diagnostica strumentale. Mentre usualmente questi diversi momenti sono affidati a specialisti differenti, nel Poliambulatorio Valturio è possibile fare tutti gli accertamenti strumentali e specialistici, e seguire tutto l’iter diagnostico in tempi rapidi. Presso il Centro opera infatti un esperto team di cardiologi, coadiuvato da attrezzature diagnostiche di ultima generazione. Due cardiologi del centro, il dott. Francesco
Dott.
«Il cuore, come un appartamento, ha pareti, porte e finestre – le valvole - un impianto idraulico e uno elettrico. Attraverso l’ecocardiografia, un’indagine che sfrutta gli ultrasuoni per avere un’immagine del muscolo cardiaco, riusciamo a “entrare” nell’appartamento. L’esame dura circa 30 minuti, senza mezzi di contrasto. Il paziente è sdraiato sul fianco, sul torace viene appoggiata una sonda che emette ultrasuoni che “tornano indietro” restituendo un’immagine proiettata sullo schermo del computer che mostra la struttura del cuore. Con la metodica detta “doppler”, che ha anche la codifica “colore”, riusciamo a vedere persino il flusso di sangue all’interno delle camere cardiache. Parliamo infatti di “eco-cardio-color-doppler”»
A cosa serve?
«Serve innanzitutto quando dalla visita cardiologica emerge il sospetto di una cardiopatia congenita, oppure un soffio cardiaco: l’esame ecografico permette di vedere se c’è una valvola che non apre o non chiude bene e può rivelare una malformazione cardiaca congenita. Se l’ECG fa sospettare un ingrossamento del cuore, l’ecografia rivela se è vero, o se un cuore è fiacco e rischia di andare incontro a scompenso cardiaco. Oppure se c’è stato un infarto o ci sono patologie in corso, come ischemie (malattie delle coronarie), cardiopatie valvolari (malattie delle valvole) cardiomiopatie (malattie del muscolo), pericarditi (malattie del foglietto che ricopre il cuore).”
Quando va fatto?
«L’ecocardiogramma è un esame di secondo livello. Ci si sottopone all’ecografia, sempre nel corso dello stesso appuntamento, se il primo livello di accertamenti, costituito dalla visita medica + ECG, ne rivela la necessità. Da noi si arriva e si va via con una diagnosi, costruita a “gradini”. Il primo step, anamnesi, visita ed ECG spesso è risolutivo e permette di arrivare a una diagnosi. Altrimenti si passa ad un ulteriore livello di accertamenti, sempre non invasivi, come l’ecocardiografia, il test da sforzo e l’holter cardiaco. Il terzo livello di accertamenti è costituito da test invasivi, come la coronarografia. Da noi il paziente viene preso in carico e seguito in tutto l’iter della malattia anche se dovesse essere necessario un intervento di cardiochirurgia.»
PIU' DELLA MALATTIA CONTA IL MALATO
Tradizione e innovazione nell’ascolto del paziente
Il Poliambulatorio Valturio è uno dei primi della nostra città, per data di creazione e bacino d’utenza. Abbiamo chiesto al suo fondatore e direttore, il dott. Ferdinando Santucci, di presentare questa importante realtà, che racconteremo in dettaglio nei prossimi numeri.
Dott. Santucci, come è nato il Poliambulatorio?
«Il Poliambulatorio Valturio nasce nel 1991. Ero cardiologo a Villa Assunta - sono stato tra i primi ad occuparmi di cardiologia a Rimini - ma sentivo la necessità di creare qualcosa di nuovo, più in linea con le necessità dei tempi.
Avvertivo che la medicina con cui avevo cominciato stava per essere superata: l’avvento di tecnologie sempre nuove imponeva nuove soluzioni, con diagnosi basate su una strumentazione più completa. Il corso della mia vita può essere diviso in cicli successivi, sempre alla ricerca di nuovi e migliori orientamenti professionali. Così ho lasciato Villa Assunta e ho iniziato questa attività, nel solco dell’impegno precedente.»
Qual è la filosofia del Poliambulatorio?
«E’ la mia stessa filosofia di vita: dare nuovi strumenti alla diagnostica, mantenendo un approccio ‘umanistico’ alla medicina. Come artefice del Poliambulatorio ho cercato dei collaboratori che avessero le mie stesse idee: la cura del malato e non della malattia come priorità, vedere “il malato dentro la malattia”, senza cedere nei limiti del possibile a logiche commerciali. La struttura con gradualità ha visto aumentare le specializzazioni e gli strumenti diagnostici. Oggi sono presenti circa 50 medici, 31 specialistiche, e da circa due anni, per completare l’iter diagnostico, abbiamo un punto per i prelievi per le analisi chimico-cliniche. Da noi passano un centinaio di utenti al giorno.»
E la pratica?
«E’ nostra attenzione avere attrezzature di ultima generazione per la diagnostica strumentale e uno staff di medici di ottima qualità professionale: all’interno del Poliambulatorio, in intramoenia allargata, visitano molti medici dell’Ospedale. Facciamo orario continuato e cerchiamo di effettuare le prestazioni in tempi rapidi grazie alla flessibilità della struttura privata.
Le specialità di punta ad oggi sono la Cardiologia, la Dermatologia col prof. Arcangeli, l’Oculistica con i dottori Cappuccini e Fantaguzzi, la Reumatologia, col prof. Corvetta, la Diabetologia col prof. Parenti, l’Ortopedia con i dottori Lucchetti e Lucidi. Abbiamo rinnovato gli apparecchi diagnostici e siamo in grado di effettuare test cardiologici di primo e secondo livello, ecografie internistiche, muscolari e tendinee; per lo studio delle malformazioni fetali e per le ecografie ginecologiche utilizziamo un apparecchio 4D di ultima generazione. Inoltre per lo studio dell’osteoporosi effettuiamo la Densitometria ossea total-body con ‘Lunar Prestige’.»
Perché rivolgersi al Poliambulatorio?
«Noi cerchiamo di integrare l’innovazione costante con l’attenzione alla persona, che non si esaurisce con la prestazione: sul nostro nuovo sito web ci sono sezioni interattive, consigli e specialisti che rispondono alle domande dei pazienti.»
Poliambulatorio Valturio, viale Valturio 20/A Rimini - Tel. 0541 785566 www.poliambulatoriovalturio.it - info@poliambulatoriovalturio.it
La prevenzione parte da lontano Check up di primo livello Anno nuovo, nuova attenzione per la nostra salute
Lo star bene comincia da stili di vita corretti, e da un check up completo. Presso il Poliambulatorio Valturio le visite sono condotte dal dott. Santucci, che con la sua provata esperienza ci spiega una buona pratica che dovrebbe diventare un’abitudine. A tutto vantaggio della nostra salute e delle nostre tasche.
Dott. Santucci, cos’è un check up di primo livello?
«E’ un’indagine di tipo preventivo, rivolta a persone apparentemente sane, con l’obiettivo di valutare stato e funzionalità dei diversi organi. L’approccio del check up è insieme clinico e anamnestico, ricostruisce cioè la storia clinica del paziente, con riguardo alla storia personale e familiare, e soprattutto valuta la correttezza degli stili di vita, dall’alimentazione all’attività fisica, al peso corporeo.»
Come si svolge?
«Il check up si avvale di una indagine clinica completa, attraverso una serie di esami del sangue e delle urine e un elettrocardiogramma seguito da una accurata visita clinica. Se tutto va bene il medico cerca di migliorare i comportamenti del paziente a scopo preventivo, se si riscontrano patologie si propone un check up di secondo livello mirato. L’indagine clinica preventiva è importantissima, perché consente di non sprecare denaro e tempo inutilmente in accertamenti superflui. Dopo un accurato check up il medico può indicare se e quali accertamenti fare. O invitare a stare tranquilli, e a programmare un altro check up dopo un paio d’anni.»
E quello di secondo livello?
«Se si rende necessario, è l’ulteriore indagine mirata che si effettua presso il Poliambulatorio, in cui la clinica viene ad essere integrata dalla strumentazione diagnostica e dagli specialisti che trattano le patologie riscontrate.»
Quali sono le fasce d’età per i check up?
«A meno che non ci siano malattie evidenti, il check up di primo livello andrebbe fatto quando le cellule iniziano ad ossidarsi e cominciano ad apparire i primi sintomi delle malattie, e i comportamenti sbagliati possono accelerare l’invecchiamento. Dai 40 ai 50 anni può bastare un check up ogni cinque anni, dai 50 ai 60 ogni tre, dopo i 60 la cadenza diventa biennale. Ci sono poi determinati esami, come quelli per la prevenzione dei tumori, che hanno una scadenza diversa, che il medico può indicare.»
Bisogna diventare protagonisti della propria salute…
«E’ così. La malattia non è l’inizio, ma la fine di un percorso intrapreso tempo prima. La mia grande amarezza è aver visto morire molte persone stupidamente. Morire si deve, ma non giocarsi la vita con comportamenti sbagliati e superficiali, bisogna essere consapevoli di quello cui si va incontro. Occorre usare il libero arbitrio, non la cultura del vietare ma della consapevolezza dei rischi. La prevenzione è un praticare, un ‘modulare’ comportamenti corretti che devono diventare stili di vita lucidi, consapevoli. E’ importante non farsi sconti, è importante, specie nel difficile contesto socioeconomico odierno, fare regolarmente dei check up, che possono offrire indicazioni per accertamenti ‘mirati’ alle patologie. Altrimenti c’è uno spreco di risorse e non si centra il bersaglio.»
DARE PIU' VITA AI GIORNI E NON PIU' GIORNI ALLA VITA
La malattia non è un fulmine a ciel sereno ma la conseguenza di precisi comportamenti
Vorrei fissare perciò alcuni princìpi fondamentali, frutto della mia lunga esperienza, senza i quali la Prevenzione, di cui tanto si parla, rimane una povera Cenerentola e non assume il ruolo di "stella polare della salute" che le compete.
E' anzitutto necessario che siano ben definiti i compiti di chi deve educare e convincere e delle persone che devono mettere in atto questi consigli.
E' fondamentale che entrambi abbiano piena coscienza dell'importanza del compito affidato, e che alle parole seguano fatti concreti.
Gli addetti ai lavori tengano presente che il messaggio educativo è destinato a persone con un bagaglio culturale non specialistico, che inoltre, non avendo problemi di salute, ritengono che le malattie appartengano a un altro pianeta.
Spieghino invece che la malattia non è un fulmine a ciel sereno ma la conclusione di un processo iniziato mesi o anni prima, insistendo sul ruolo determinante degli stili di vita nel processo di ossidazione e invecchiamento cellulare.
Lo stress, oggi un vero killer, non si allevia con sostanze tossiche – come fumo, alcool, droghe – che creano un falso relax, ma con la meditazione, l'autostima, la disponibilità a capire anche le ragioni degli altri.
Dobbiamo conoscere limiti e potenzialità delle macchine perfette che siamo, senza sovraccaricarle e tenerle sotto pressione continuamente, in una corsa folle di cui si conosce il punto di partenza ma non quello di arrivo.
Anche il corpo umano, come tutte le macchine, deve essere controllato periodicamente, senza aspettare che si ammali. Serenità, equilibrio e senso della misura sono il sale della vita: tanti piaceri possono essere assaporati senza correre rischi eccessivi.
Le persone dovrebbero fare propri questi insegnamenti, consapevoli che la difesa della salute non è un'opzione ma un atto essenziale da attuare in prima persona, senza demandare.
E' importante distinguere i messaggi disinteressati da quelli ingannevoli, e avere chiaro il senso del limite: ogni volta che si è sul punto di sorpassarlo – come spesso capita – bisogna far scattare un relais luminoso dalla corteccia cerebrale, che avverta del pericolo. Nei prossimi appuntamenti svilupperò questi temi.
Non pretendo di fornire la "Treccani" della prevenzione, ma vorrei far capire che quello che ci accade è molto spesso conseguenza dei nostri comportamenti e raramente del destino cinico e baro, al quale troppo spesso attribuiamo colpe non sue.
IL DECALOGO DELLA PREVENZIONE
1) La salute non è per sempre: va difesa attivamente
2) Bisogna capire funzioni e limiti dei nostri organi
3) Ogni tanto, allentiamo la pressione che esercitiamo su di loro
4) Lo stress si vince con l’equilibrio, l’autostima, l’autocritica
5) Evitiamo fumo, alcool, droghe, grassi, che ossidano e invecchiano le cellule
6) Ogni giorno, 30/40 minuti di attività fisica
7) Assaporiamo i piaceri della vita, senza eccedere
8) Gli agenti tossici sono nemici che si insinuano nell’organismo promettendo un falso relax
9) Volersi bene, credere in se stessi e pensare che evitare quello che ci fa male non è rinuncia, ma intelligenza
10) Ogni volta che sentiamo di oltrepassare il limite, far partire un impulso dalla corteccia cerebrale che ci avverta del pericolo e ci fermi in tempo
PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE
FERNANDO SANTUCCI, cardiologo di professione e gastronomo per diletto
Il dott. Santucci è un cardiologo di lunga esperienza, tra i primi ad operare a Rimini. Un medico ben conosciuto che ai saperi e sapori della sua città dedica un'attenzione da esperto gourmet, come membro dell'Accademia Italiana della Cucina. Su queste pagine dispenserà preziosi consigli a salvaguardia del sistema cardiovascolare, e non solo.
Dott. Santucci, da cosa nasce questa sua consulenza?
Ho maturato una grande esperienza e penso sia giusto metterla a servizio degli altri: credo in una medicina che curi il malato, non la malattia. Ho pensato a Chiamami Città perché è un giornale diffuso e colloquiale, che rispecchia la mia filosofia di vita. Oggi c'è carenza d'informazione sui problemi della salute, un discorso semplicistico o troppo scientifico sulla prevenzione. La salute non è un prodotto, ma un bene da preservare.
Chi è il dott. Santucci?
Non sono mai stato un medico d'élite: nato a Soanne da genitori che facevano i venditori ambulanti, sono andato avanti grazie alla mia passione per lo studio. Una volta laureato, ho fatto un atto di coraggio andando a Torino a specializzarmi in cardiologia. A Rimini sono stato Primario geriatra e cardiologo a Villa Assunta, durante i vent'anni più belli della mia vita. Ho sempre creato rapporti positivi con i malati, stimolandone l'istinto di combattere a fianco del medico. Nell'88 ho creato il Poliambulatorio Valturio, uno dei primi della città, per rispondere al cambiamento della domanda dell'utente rispetto alla Sanità. Non ho dimenticato il mio lungo percorso di vita: sono rimasto il ragazzo di Soanne attento a capire le sofferenze degli altri.
Cardiologo e gastronomo...
La vita è un percorso, con ostacoli maggiori o minori a seconda dei comportamenti che si scelgono. C'è un equilibrio in tutte le cose: gusto e qualità sono importanti, ma si può mangiare di meno e gustare di più. Un bicchiere di vino si centellina, un boccone si assapora, e così contribuiscono alla qualità della vita. Una buona terza età si costruisce: senza rinunciare ai piaceri, perché una vita senza piaceri è una vita senza speranza.









